fr. Cesare Vaiani ofm

1. IL CONTESTO 

Il tema della Regalità di Cristo costituisce un interessante incrocio di tematiche teologiche e sociali nella riflessione teologica cattolica del Novecento. Per comprenderlo adeguatamente è essenziale uno sguardo al contesto storico nel quale si afferma anche ufficialmente la dottrina della Regalità di Cristo, sancita con l'enciclica Quas Primas (dicembre 1925). Proprio perché confluiscono elementi teologici e riferimenti alla nozione “sociale” di Regalità, risulta particolarmente importante uno sguardo al contesto. 
 
Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all'alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.  
 

Viscere di misericordia

L’espressione latina della Sacra Scrittura viscera misericordiae non è stata tradotta in italiano. Eppure ci offre un’immagine concreta dell’amore del Padre per il Figlio e per noi di Giuseppe Cipolloni

Un fatto semplice quanto determinante per la mia vita è stata l’abitudine di leggere ogni giorno un passo del Vangelo. Lo avevo sempre fatto nella traduzione italiana, e dopo la Bibbia di Gerusalemme – un’edizione senza dubbio stupenda, ma anch’essa in italiano – mi procurai I quattro Vangeli della Bibbia di Navarra, che presenta, accanto al testo in italiano, anche quello della neo volgata in latino. Mi misi a leggere, nel Vangelo di Luca, il cantico che Zaccaria pronuncia dopo la nascita di Giovanni Battista: «Grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, / per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge […]» (Lc 1, 78).
 

La Prudenza

Tratto da http://christusveritas.altervista.org/teologia_virtu_cardinali_prudenza.htm

Secondo Tommaso d'Aquino, fra queste quattro virtù, il primato spetta alla prudenza, in quanto rappresenta la retta norma di tutte le azioni. Ciò significa che un atto umano, per essere compiuto secondo la perfezione cristiana, non basta che sia in se stesso buono, se non è anche equilibrato. Facciamo un esempio.

Il Vangelo chiede al cristiano la capacità della correzione fraterna in entrambe le direzioni, vale a dire, tanto di correggere quanto di essere corretto. Non c'è quindi alcun dubbio che la correzione fraterna sia un atto voluto da Dio e in se stesso è buono. Se però è compiuto da una persona priva della virtù della prudenza, rischia di creare fratture e conflitti, laddove essa avrebbe voluto portare luce ed edificazione. La virtù della prudenza, a chi sta per compiere una azione buona e difficile, suggerisce restrizioni di questo genere: "non è questo il momento opportuno, non sono queste le parole da usarsi, non è questo il tono della voce, il tuo interlocutore non è ancora in grado di dialogare serenamente, aspetta che gli passi il turbamento e poi gli parlerai…" e molte altre cose simili che conferiscono al gesto che uno sta per compiere la massima perfezione di tutti gli equilibri personali e relazionali. Allora il gesto porterà gli effetti positivi che si desiderano. Con questo intendiamo dire che se uno non ha la virtù della prudenza rischia di snaturare anche le altre virtù che potrebbe avere, appunto perché le eserciterebbe in maniera squilibrata.
 

LA DIREZIONE SPIRITUALE

Cosa possiamo normalmente pretendere dalla direzione spirituale?
 

Obbedire è amare

Se si desidera capire l'Obbedienza Evangelica dei Francescani bisogna far riferimento agli scritti fondanti di San Francesco e precisamente quelli delle Ammonizioni. Altrimenti le "glosse" estrapolate dei "suoi" figli minori - come San Massimiliano Kolbe - non si comprendono e vengono distorte dal soggettivismo in cui siamo immersi. Ma Leggiamo cosa dice il Beato Padre Francesco.
 
di MANUEL NIN

La festa della Pasqua della Madre di Dio, il giorno 15 agosto, la sua morte e la sua piena glorificazione sono celebrate nelle Chiese orientali con grande solennità; festa preceduta anche da un periodo quaresimale di preparazione come avviene per la Pasqua di Cristo. Vogliamo in queste righe soffermarci, a modo di testimonianza, di comunione e di preghiera con e per i nostri fratelli cristiani in Iraq e nel prossimo Oriente, sui testi liturgici delle due tradizioni siriache, quella occidentale e quella orientale, testi che verranno cantati e pregati in questa festa, ma allo stesso tempo testi che in tante chiese in Iraq e nel prossimo Oriente non verranno più cantati né pregati.
 

Il dovere cristiano


"Così dunque fratelli, noi siamo debitori,
 
Rimaniamo sovente impressionati dai casi di possessione.

Ho conosciuto alcuni santi padri esorcisti ed una volta ho assistito ad un reale caso di possessione. In quell’occasione ho visto con i miei occhi cosa il maligno può compiere nel corpo di una persona deformandone la testa e il cranio a dismisura e facendolo tornare normale in pochi istanti come fosse un polmone soggetto a respirazione fortemente affannosa.
 

La pace nell’Antico Testamento

La pace nell’Antico Testamento (considerazioni linguistiche)

A cura di P. Massimo Pazzini

Il testo, comprensivo di note e bibliografia, è stato pubblicato ed è disponibile in:
Pazzini Massimo , La pace nell’Antico Testamento (considerazioni linguistiche), in Antonianum, 83/3 (2008) p. 369-383.

Se prendiamo la parola italiana “pace” e chiediamo quale sia il suo corrispondente in ebraico, la risposta unanime sarà “šālôm”. Se leggiamo la Bibbia ebraica ci rendiamo conto, però, che questa corrispondenza è solo parziale, poiché il termine biblico mostra una ricchezza di significati maggiore rispetto all’italiano.
Il termine šālôm è piuttosto frequente nella Bibbia ebraica (237 volte) e, allo stesso tempo, aperto a diverse interpretazioni. Scrive G. von Rad: “È difficile trovare nell’A.T., un altro concetto così trito e comune nella vita quotidiana, e tuttavia non di rado carico di pregnante contenuto religioso”. Sarebbe restrittivo il voler tradurre šālôm con ‘pace’: “il significato fondamentale della parola è quello di ‘benessere’, con una chiara preponderanza dell’aspetto materiale”.
 

Il grande vecchio dietro le quinte del mondo

di RANIERO CANTALAMESSA

Dentro la storia divino-umana della passione di Gesù ci sono tante piccole storie di uomini e di donne entrati nel raggio della sua luce o della sua ombra. La più tragica di esse è quella di Giuda Iscariota. È uno dei pochi fatti attestati, con uguale rilievo, da tutti e quattro i vangeli e dal resto del Nuovo Testamento. La primitiva comunità cristiana ha molto riflettuto sulla vicenda e noi faremmo male a non fare altrettanto. Essa ha tanto da dirci. Giuda fu scelto fin dalla prima ora per essere uno dei dodici. Nell’inserire il suo nome nella lista degli apostoli l’evangelista Luca scrive «Giuda Iscariota che divenne (egeneto) il traditore» (6, 16).
 

LA PASQUA EBRAICA E QUELLA CRISTIANA

Don Oscar Battaglia


L’etimologia del nome

   Siamo talmente abituati ad usare certe parole di uso comune, che non ci domandiamo più che cosa significhino. Una di queste è la parola «Pasqua», che in ebraico suona «Pesah» (פםח), e in greco e in latino: «Pascha». Il termine ricorre la prima volta nel testo che racconta la sua  istituzione nel Libro dell’Esodo al Cap. 12. Eccolo:
 

LA VIA CRUCIS

Nell'Occidente cristiano pochi pii esercizi sono tanto amati quanto la Via Crucis. Essa rinvia con memore affetto al tratto ultimo del cammino percorso da Gesù durante la sua vita terrena: da quando egli e i suoi discepoli, « dopo aver cantato l'inno, uscirono verso il monte degli ulivi » (Mc 14, 26), fino a quando il Signore fu condotto al « luogo del Golgota » (Mc 15, 26), fu crocifisso e sepolto in un sepolcro nuovo, scavato nella roccia di un giardino vicino. 

Una via tracciata dallo Spirito 

La vita di Gesù è cammino tracciato dallo Spirito: all'inizio della missione lo Spirito lo aveva condotto nel deserto (cf. Lc 4, 1); poi, quale divino fuoco che gli ardeva nel petto, lo sospinse verso il Calvario (cf. Lc 12, 49-50).

L'ultimo tratto del cammino è indicibilmente duro e doloroso. Gli evangelisti hanno indugiato nella descrizione, se pure sobria, della Via Crucis che il Figlio di Dio e Figlio dell'uomo percorse per il suo amore verso il Padre e verso i figli degli uomini. Ogni passo di Gesù è momento di avvicinamento all'attuazione piena del disegno salvifico: all'ora del perdono universale (cf. Lc 23, 34), della ferita del Cuore - apertura di inesauribile sorgente di grazia - (cf. Gv 19, 34), dell'immolazione del vero Agnello pasquale, al quale non è spezzato alcun osso (cf. Gv 19, 36), del dono della Madre (cf. Gv 19, 26-27) e dello Spirito (cf. Mt 27, 50). Perché ogni sofferenza di Gesù è seme di gioia futura per l'umanità, e ogni scherno è premessa di gloria. Ogni incontro di Gesù su quella via di dolore - con amici, con nemici, con indifferenti ... - è occasione per un supremo insegnamento, per un ultimo sguardo, per una estrema offerta di riconciliazione e di pace.

Una via amata dalla Chiesa  

La Chiesa ha conservato memoria viva delle parole e degli avvenimenti degli ultimi giorni del suo Sposo e Signore. Memoria affettuosa, se pure dolorosa del tratto che Gesù percorse dal Monte degli ulivi al Monte Calvario. La Chiesa infatti sa che in ogni episodio accaduto durante quel cammino si cela un mistero di grazia, è racchiuso un gesto di amore per lei. 

La Chiesa è consapevole che nell'Eucaristia il suo Signore le ha lasciato la memoria sacramentale, oggettiva, del Corpo spezzato e del Sangue versato sulla cima del Golgota. Ma essa ama anche la memoria storica dei luoghi dove Cristo ha sofferto, le vie e le pietre bagnate dal suo sudore e dal suo sangue. 

La Chiesa di Gerusalemme manifestò molto presto la sua attenzione per i « luoghi santi ». Reperti archeologici attestano l'esistenza di espressioni di culto cristiano, già nel secolo II, nell'area cimiteriale dove era stato scavato il sepolcro di Cristo. Alla fine del IV secolo, la pellegrina Eteria ci dà notizia di tre edifici sacri eretti sulla cima del Golgota: l'Anastasis, la chiesetta ad Crucem, la grande chiesa - il Martyrium - (cf. Peregrinatio Etheriae 30). E ci informa della processione che in certi giorni si snodava dall'Anastasis al Martyrium. Non si tratta, certo, di una via Crucis o di una via dolorosa. Come non lo è la via sacra, una sorta di cammino attraverso i santuari di Gerusalemme, che si desume dalle varie « cronache di viaggio » dei pellegrini dei secoli V e VI. Ma quella processione, con i suoi canti e il suo stretto legame con i luoghi della passione, è ritenuta da alcuni studiosi una forma embrionale della futura Via Crucis.

Gerusalemme è la città della Via Crucis storica. Essa sola ha questo grande tragico privilegio. Lungo il Medio Evo il fascino dei « luoghi santi » suscita il desiderio di riprodurli nella propria terra: alcuni pellegrini, al ritorno da Gerusalemme, li riproducono nelle loro città. Il complesso delle sette chiese di Santo Stefano a Bologna è ritenuto l’esempio più notevole di tali « riproduzioni ».

Un pio esercizio medievale 

La Via Crucis, nel senso attuale del termine, risale al Medio Evo inoltrato. San Bernardo di Chiaravalle (+ 1153), san Francesco d'Assisi (+ 1226) e san Bonaventura da Bagnoregio (+ 1274), per la loro devozione, affettuosa e partecipe, prepararono il terreno su cui sorgerà il pio esercizio.

Al clima di pietà compassionevole verso il mistero della Passione si deve aggiungere l'entusiasmo sollevato dalle Crociate che si propongono di ricuperare il Santo Sepolcro, il rifiorire dei pellegrinaggi a partire dal secolo XII e la presenza stabile, dal 1233, dei frati minori francescani nei « luoghi santi ».

Verso la fine del secolo XIII la Via Crucis è già menzionata, non ancora come pio esercizio, ma come cammino percorso da Gesù nella salita al Monte Calvario e segnato da una successione di « stazioni ».

Intorno al 1294 un frate domenicano, Rinaldo di Monte Crucis, nel suo Liber peregrinationis afferma di essere salito al Santo Sepolcro « per viam, per quam ascendit Christus, baiulans sibi crucem », e ne descrive le varie stationes: il palazzo di Erode, il Litostrato, dove Gesù fu condannato a morte, il luogo dove Egli incontrò le donne di Gerusalemme, il punto in cui Simone di Cirene prese su di sé la croce del Signore. E così via.

Sullo sfondo della devozione alla passione di Cristo e con riferimento al cammino percorso da Gesù nella salita al Monte Calvario, la Via Crucis, come pio esercizio, nasce direttamente da una sorta di fusione di tre devozioni che si diffusero, a partire dal secolo XV, soprattutto in Germania e nei Paesi Bassi:

- la devozione alle « cadute di Cristo » sotto la croce; se ne enumerano fino a sette;

- la devozione ai « cammini dolorosi di Cristo », che consiste nell'incedere processionale da una chiesa all'altra in memoria dei percorsi di dolore - sette, nove e anche di più -, compiuti da Cristo durante la sua passione: dal Getsemani alla casa di Anna (cf. Gv 18, 13), da questa alla casa di Caifa (cf. Gv 18, 24; Mt 26, 56), quindi al pretorio di Pilato (cf. Gv 18, 28; Mt 27, 2), al palazzo del re Erode (cf. Lc 23, 7) ...;

- la devozione alle « stazioni di Cristo », ai momenti in cui Gesù si ferma lungo il cammino verso il Calvario o perché costretto dai carnefici, o perché stremato dalla fatica, o perché, mosso dall'amore, cerca ancora di stabilire un dialogo con gli uomini e le donne che partecipano alla sua passione; spesso « cammini di dolore » e « stazioni » si corrispondono nel numero e nel contenuto (ogni « cammino » si conclude con una « stazione ») e queste ultime vengono indicate erigendo una colonna o una croce nelle quali è talora raffigurata la scena oggetto di meditazione.

Varietà di stazioni 

Nel lungo processo di formazione della Via Crucis sono da segnalare due elementi: la fluttuazione della « prima stazione » della Via Crucis e la varietà delle stazioni stesse.

Per quanto concerne l'inizio della Via Crucis, gli storici segnalano almeno quattro episodi differenti, scelti quale « prima stazione »:

- l'addio di Gesù a sua Madre; si tratta di una « prima stazione » che non sembra aver avuto una larga diffusione, probabilmente a causa del problematico fondamento biblico;

- la lavanda dei piedi; questa « prima stazione », che si situa nell'ambito dell'Ultima Cena e dell'istituzione dell'Eucaristia, è attestata in alcune Via Crucis della seconda metà del secolo XVII, che ebbero larga fortuna;

- l'agonia del Getsemani; il giardino degli ulivi, dove Gesù, in estrema e amorosa obbedienza al Padre, decise di bere fino all'ultima goccia il calice della passione, costituisce l'inizio di una Via Crucis del secolo XVII, breve - comprende solo sette stazioni -, notevole per il suo rigore biblico, diffusa ad opera soprattutto dei religiosi della Compagnia di Gesù;

- la condanna di Gesù nel pretorio di Pilato, « prima stazione » assai antica, che segna efficacemente l'inizio dell'ultimo tratto del cammino di dolore di Gesù: dal pretorio al Calvario.

Anche il soggetto delle stazioni era vario. Nel secolo XV regnava ancora la più grande diversità nella scelta delle stazioni, nel loro numero e ordine. Nei vari schemi di Via Crucis si trovano stazioni quali la cattura di Gesù, il rinnegamento di Pietro, la flagellazione, le accuse diffamatorie in casa di Caifa, lo scherno della veste bianca nel palazzo di Erode, che non figurano in quello che diverrà il textus receptus del pio esercizio.

La forma tradizionale 

La Via Crucis, nella sua forma attuale, con le stesse quattordici stazioni disposte nello stesso ordine, è attestata in Spagna nella prima metà del secolo XVП, soprattutto in ambienti francescani. Dalla penisola iberica essa passò prima in Sardegna, allora sotto il dominio della corona spagnola, e poi nella penisola italica. Qui incontrò un convinto ed efficace propagatore in San Leonardo da Porto Maurizio (+ 1751), frate minore, instancabile missionario; egli eresse personalmente oltre 572 Via Crucis, delle quali è rimasta famosa quella eretta nel Colosseo, su richiesta di Benedetto XIV, il 27 dicembre 1750, a ricordo di quell'Anno Santo.

La forma biblica 

Ogni anno, il Santo Padre, la sera del Venerdì Santo, si reca al Colosseo per compiere, insieme con migliaia di pellegrini giunti da tutto il mondo, il pio esercizio della Via Crucis.

Nei confronti del testo tradizionale, la Via Crucis biblica, che il Santo Padre ha presieduto nel Colosseo per le prima volta nell’anno del Signore 1991, presenta alcune varianti nei « soggetti » delle stazioni. Alla luce della storia, tali varianti non possono ritenersi delle novità; si tratta, se mai, di semplici recuperi.

Nella Via Crucis biblica non figurano le stazioni prive di un preciso riferimento biblico, quali le tre cadute del Signore (III, V, VII), l'incontro di Gesù con la Madre (IV) e con la Veronica (VI). Sono presenti invece stazioni quali l'agonia di Gesù nell'orto degli ulivi (I), l'iniquo giudizio di Pilato (V), la promessa del paradiso al Buon Ladrone (XI), la presenza della Madre e del Discepolo presso la Croce (XIII). Si tratta, come si vede, di episodi di grande portata salvifica e di rilevante significato teologico nel dramma della passione di Cristo: dramma sempre attuale al quale ognuno, consapevolmente o inconsapevolmente, prende parte.

La proposta non è del tutto nuova. Al pellegrino che veniva a Roma per celebrare il Giubileo del 1975 il Comitato Centrale per l'Anno Santo offriva il Libro del pellegrino, in cui, oltre alla Via Crucis tradizionale, figurava uno schema alternativo, al quale in parte, si riallaccia, la Via Crucis biblica. 

Anche la Congregazione per il Culto Divino, negli ultimi anni, ha autorizzato in diverse occasioni l'uso di formulari alternativi del testo tradizionale della Via Crucis.

Con la Via Crucis biblica non si intende mutare il testo tradizionale, che rimane pienamente valido. Si vuole semplicemente evidenziare qualche « importante stazione » che, nel textus receptus, è assente o rimane nell'ombra. Con ciò viene sottolineata la straordinaria ricchezza della Via Crucis, che nessuno schema riesce ad esprimere compiutamente. 

La Via Crucis biblica mette in luce il tragico gioco dei personaggi, la lotta tra luce e tenebre, tra la verità e la menzogna che essi incarnano. Ognuno di loro prende parte al mistero della Passione schierandosi pro o contro Gesù, « segno di contraddizione » (Lc 2, 34), in modo che risulti manifesto il loro pensiero recondito nei confronti di Cristo.

Partecipando alla Via Crucis, ogni discepolo di Gesù deve riaffermare la propria adesione al Maestro: per piangere il proprio peccato come Pietro; per aprirsi, come il Buon Ladrone, alla fede in Gesù, Messia sofferente; per restare presso la Croce di Cristo, come la Madre e il discepolo, e lì accogliere con essi la Parola che salva, il Sangue che purifica, lo Spirito che dà la vita.

PIERO MARINI
Maestro delle Celebrazioni
Liturgiche Pontificie

fonte: www.vatican.va

 

Che il digiuno alimenti Cristo che ha fame

di MANUEL NIN
Lungo i suoi sei anni di episcopato ad Antiochia, dal 512 al 518, il patriarca Severo tenne sempre delle omelie alle porte del cammino quaresimale, e poi durante il grande digiuno dei quaranta giorni. In particolare, suscitano interesse la quindicesima omelia cattedrale, predicata il 22 febbraio 513, e la trentanovesima, del 16 febbraio 514, millecinquecento anni fa. Si tratta di esortazioni al popolo antiocheno, con il digiuno come filo conduttore. All’inizio della prima delle omelie, Severo paragona la preparazione alla Quaresima all’allenamento degli atleti in vista delle gare. In questo allenamento il digiuno è uno degli aspetti più importanti; e di questo digiuno gli apostoli sono i legislatori e i custodi: «È una legge che prima dei combattimenti gli atleti lottino gli uni contro gli altri. Anche io chiamo combattimento preliminare questi giorni e l’inizio del digiuno dei quaranta giorni. In questa Chiesa fondata dagli apostoli che sono, dopo Cristo stesso, i legislatori e i custodi del digiuno (…) loro che per mezzo del digiuno vogliono purificare la nostra anima e ripulire l’immagine di Dio, oscurata dalle passioni». Per Severo il digiuno è qualcosa prescritta da Cristo stesso quando ha detto: «Tu, quando digiuni, ungiti la testa e lavati il viso»; e il Signore ci dà questo suo comandamento per due motivi: «poiché vuole allontanarci dalla vanagloria ha detto questo, e così ci comanda di ungere e far brillare la testa del nostro uomo interiore, e lavare col digiuno gli occhi denostro sguardo spirituale (…) inoltre la causa del digiuno è il nostro combattimento contro i demoni». In questa lotta contro i demoni Cristo stesso diventa il nostro modello o piuttosto colui che incarnandosi ha lottato per noi. Severo antepone sempre in tutto il suo pensiero teologico la centralità dell’incarnazione: «Così, dopo la trasgressione di Adamo, il Verbo di Dio, rimanendo quel che era, si è fatto uomo per noi senza mutamento, e si è fatto suo questo combattimento che era nostro e si è assunto questa lotta contro il nostro nemico». Severo sottolinea come il digiuno del Signore nel deserto è di quaranta giorni come quello di Mosè ed Elia, e non superiore loro, per spingere il diavolo a lottare contro di lui e a non fuggire di fronte a quello che sarebbe una sua manifestazione di natura divina: «Lui (il Signore) digiuna anche, e dopo quaranta giorni volontariamente ha fame anche lui, senza superare il digiuno di Mosè ed Elia, e così dare al nemico un’occasione di combattimento. Infatti se lui avesse superato i quaranta giorni, allora (il nemico) avrebbe avuto paura di combattere con lui, avendo scoperto la sua divinità e non come esempio per gli uomini». Severo quindi spiega al suo uditorio il senso del digiuno quaresimale a partire da due parametri: quello della dimensione simbolica del numero quaranta, e quindi il collegamento con il giorno della Pasqua di Cristo stesso: «Vedete che noi digiuniamo quaranta giorni. Perché? Per poterci preparare all’ottavo giorno che è anche il primo, il giorno del Signore. Coloro che purificano otto volte i cinque sensi che sono le porte del peccato, cioè la vista, l’udito, il tatto, il gusto e l’o dorato, digiunano quaranta giorni, per arrivare al giorno benedetto, giorno ottavo e primo. Infatti il numero cinque ripreso otto volte ci porta al numero quaranta». Severo insiste nel vivere il digiuno non come una legge imposta ma come un dono, accolto nella gioia e nella gratuità: «Digiuna ogni giorno ben volentieri, ringraziando il Legislatore e Medico, e rallegrandoti sempre. E se non vuoi neanche accorgerti della durata di questi giorni, alimenta la tua anima con pensieri divini, e leggi le Sante Scritture e gli scritti dei dottori e dei mistagoghi della Chiesa. E se hai un lavoro manuale da fare, fallo normalmente, ma che la tua bocca canti dei salmi che riempiano di benedizione e di grazia il tuo lavoro». E per evitare che il suo gregge si scoraggi lungo il cammino quaresimale, Severo lo esorta a frequentare le liturgie: «Fa’ diventare la tua casa una chiesa, tu che hai ascoltato questi insegnamenti perfetti ed evangelici. Inoltre invece di dormire alzati, va’ alla chiesa e ascolta l’ufficiatura dei salmi; e allora sarai toccato dall’amore divino e mediterai giorno e notte la legge di Dio». Severo conclude l’omelia indicando quale deve essere l’atteggiamento profondo di colui che digiuna, quasi fosse una parafrasi della pericope di Ma t t e o , 25: «Vorrei dire tante altre cose ma non c’è tempo. Dico soltanto questo al posto di tutto quello che dovrei dire: cioè colui che digiuna deve mettere nelle mani dei poveri il prezzo degli alimenti che avrebbe effettivamente mangiato se avesse fatto il pranzo, e che il suo digiuno alimenti Cristo stesso che ha fame. Così in questo Cristo vede che hai digiunato e hai illuminato la lampada dell’astinenza. Perché a lui non piace una perfezione, anche se reale, se manca la pietà». La seconda delle omelie citate sviluppa il tema del digiuno come combattimento. Allo stesso modo che gli ebrei erano esortati da Mosè a lottare, anche i cristiani lo sono dal vescovo, altro Mosè in mezzo al popolo: «Mosè, il servitore di Dio, quando i figli di Israele uscivano a combattere, comandava ai sacerdoti di esortare il popolo al combattimento. Anche noi abbiamo la speranza di esortarvi con delle promesse ancora più grandi a voi che siete le truppe spirituali che vi preparate al combattimento del digiuno». Severo sviluppa ancora due altri aspetti legati al digiuno: Adamo come colui che doveva digiunare e non l’ha fatto e quindi i cristiani che digiunano come terapia spirituale: «In questo infatti consiste l’amore di Dio e la sua sollecitudine verso di noi (…) e nella sua misericordia ha permesso che ci sia un combattimento per farci apparire alla fine gloriosi e vittoriosi e partecipi dei beni eterni».

© Osservatore Romano - 5 marzo 2014
 
P. Augusto Drago

Cominciamo da una domanda: come possono i cristiani pregare con i Salmi di imprecazione, pieni di sentimenti di odio e di vendetta nei confronti dei nemici? La risposta a questa domanda, dipende dal modo di collocarsi di fronte ad essi.
C’è infatti una pedagogia di preghiera che questi Salmi vogliono insegnarci. Il luogo ufficiale, stabilito propriamente per la recita dei Salmi, era il Tempio, dove il pio Israelita incontrava il “Volto di Dio”. Affermare di volere andare al Tempio, equivaleva a dire “’al Panaj”, cioè andare alla presenza del Signore.
Se dunque il Salmista, che aveva subìto delle ingiustizie dagli altri, e provava, per questo, sentimenti di odio e di vendetta, andava al Tempio a pregare, in realtà che cosa stava facendo? Stava semplicemente raccontando e consegnando a Dio, senza pudore o vergogna, i sentimenti negativi del suo cuore. Ed ecco la pedagogia di questi Salmi.
 

Piccola Riflessione sulla Gioia

La gioia è un effetto non intenzionale, è il vento della corsa verso il bene e verso Dio. Fa parte di quelle cose che non si possono creare in sé, come il piacere, la soddisfazione, la felicità, la spontaneità, il buonumore.
 

San Francesco e lo "spirito del perdono di Assisi"

A cura di Pietro Messa


Lunedì 27 ottobre 1986 papa Giovanni Paolo II convocò ad Assisi una giornata di pellegrinaggio, digiuno e preghiera per la pace a cui furono invitati i rappresentanti di tutte le religioni. Tale avvenimento diede avvio a un movimento di riflessione, incontri e opere che videro una conferma e approfondimento nell'incontro voluto da papa Benedetto XVI venticinque anni dopo, il 27 ottobre 2011. 
 
La famiglia è al centro dell'assemblea straordinaria dei vescovi indetta da papa Francesco per il 2014. Tale appuntamento ecclesiale sarà preceduto il 25 gennaio 2014 dalla beatificazione della venerabile Maria Cristina di Savoia, sposa e madre che ha vissuto intensamente le relazioni famigliari, molte volte sanandole mediante la tenerezza.

a cura di Pietro Messa
 

IL DONO DELLA PERSEVERANZA

tratto da: http://www.augustinus.it/italiano/dono_perseveranza/index2.htm

A PROSPERO ED ILARIO

La perseveranza fino alla fine. Ora è giunto il momento di trattare con maggior cura della perseveranza, dato che già nel libro precedente, discutendo dell'inizio della fede, abbiamo introdotto il discorso su quest'argomento.
 

Tenerezza nella verità per un pensiero umile

A cura di Pietro Messa

Da quando papa Francesco è salito al soglio pontificio le parole più ricorrenti da lui utilizzate sono state misericordia e tenerezza, richiamandole in ogni suo gesto e atteggiamento: più volte le ripete in occasione della celebrazione di inizio del pontificato avvenuta nella solennità di san Giuseppe, ossia il 19 marzo, e di nuovo le troviamo in altre omelie e discorsi.