L’Amore fa fiorire la speranza nel deserto

“L’Amore fa fiorire la speranza nel deserto”, “con questa gioiosa certezza nel cuore”, nel giorno di Pasqua, Papa Francesco ha invocato la fine di ogni guerra e ostilità nel mondo e consolazione per tutte le persone in sofferenza. La sua voce è risuonata dalla loggia centrale della Basilica vaticana, nel tradizionale messaggio “Urbi et Orbi”, rivolto dopo la Messa celebrata in piazza San Pietro, affollatissima di fedeli, che hanno riempito anche via della Conciliazione. Il servizio di Roberta Gisotti
 

È Pasqua, ritroviamo il «fuoco» di Gesù

La Galilea come “luogo della prima chiamata, dove tutto era iniziato”; è con questa immagine che Papa Francesco, nella sua omelia, ha voluto suggellare la veglia pasquale nella basilica di San Pietro.
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Qui l'omelia del Santo Padre alla Veglia Pasquale
Il Papa alla Veglia Pasquale: testimoniare Cristo Risorto con gioia umile e mite
 

Non è qui È risorto

di INOS BIFFI

L’attrattiva dapprima è ancora il sepolcro di Gesù, ormai vivo soltanto nel ricordo e nell’affetto; così insegna l’esperienza, che non permette di pensare a una vittoria sulla morte. E infatti, ancora avvolta nel buio, «sotto la spinta dell’affetto che arde in lei» (Tommaso d’Aquino), illuminata dalle luci della carità, Maria di Magdala si reca a tenere compagnia al corpo del Signore. La pietra ribaltata e l’assenza della spoglia desiderata non sa suscitare altra convinzione se non quella che «hanno portato via il corpo del Signore» (Giovanni, 20, 13), in un posto che non si conosce, ma pur sempre in un luogo della terra. Chi potrebbe immaginare che esso sia risorto e glorioso alla destra del Padre? Nel posto che unicamente compete al corpo del Figlio di Dio? L’esperienza offriva dunque queste evidenze e creava queste certezze; quanto alle Scritture restavano chiuse e incomprese. La fede nella risurrezione è laboriosa a nascere e a radicarsi. Simon Pietro vede i segni dell’assenza: le bende per terra e il sudario, il simbolo della morte, piegato a parte, ma non procede oltre: forse è assalito dalla domanda, è inquieto e perplesso, ma non è detto che abbia oltrepassato i dati e abbia creduto. Riesce a farlo invece l’altro discepolo — «quello che Gesù amava» (Giovanni, 19, 26) — il quale «vide e credette» (Giovanni, 20, 8). Egli interpreta e connette il senso di quelle bende per terra e di quel sudario a lato: dall’assenza perviene alla presenza. Il corpo di Gesù non è stato portato via: è risorto e vivente. Con le apparizioni e la conversazione prolungata la fede nel Risorto si diffonderà e costituirà «i testimoni prescelti da Dio», che la annunzieranno al mondo, non quale suggestione e soddisfazione di un bisogno o di un desiderio, ma quale verità assoluta, da cui deriva e dipende tutto. La Chiesa è nata come testimonianza che Gesù, l’appeso a una croce, «è il giudice dei vivi e dei morti», e che ogni uomo e ogni generazione lo ritrova, non nella memoria che tenta di riscattare il tempo e di rievocare chi è passato e soltanto continua nelle sue tracce, ma nella realtà di chi è il «Signore della vita», vittorioso nel «prodigioso duello» contro la morte (Sequenza Victimae paschali). La risurrezione del Signore è avvenimento per l’umanità: è vocazione e impegno per ognuno. Chi ha ricevuto la grazia di credervi, è chiamato a lasciarsene trasformare l’esistenza. Pietro presenta questa trasformazione come remissione dei peccati, e quindi liberazione e amicizia con Dio. «Cristo innocente ha riconciliato col Padre i peccatori» (ibidem): la risurrezione è assoluzione. Ma occorre aderire e affidarsi; occorre lasciarsi perdonare. Il sacro triduo ha svolto la storia di Dio — nell’umiliazione e nell’amore — «per noi uomini e per la nostra salvezza». La conclusione di questa storia è la presenza del Risorto che, proprio perché alla destra del Padre, è ora nella prossimità più intima e nella compagnia più vicina per ogni uomo che riconosce: «Cristo, mia speranza, è risorto» (ibidem). Un cristiano ha già fatto il passaggio essenziale alla vita, è già un rinato, nel quale la mortalità è stata superata. Una valutazione che si fermi alle apparenze non trova nell’universo dei segni immediati della gloria di Gesù: tutto in superficie sembra scorrere come prima. Anche la nostra vita prosegue le sue connivenze terrene, le sue solidarietà quotidiane, dalle cui pieghe non filtra la gloria. E tuttavia l’a p p a re n -za, se non ingannevole, è parziale: lo sa chi ha veramente fede; e può accorgersene chi è disposto a raccogliere gli indizi della vita rinnovata che si trovano negli autentici credenti. Ma questi chi sono? Secondo Paolo sono quelli la cui vita vera «è nascosta con Cristo in Dio» (Colossesi, 3, 3). Il contenuto dell’identità cristiana rimane celato per ora ai nostri stessi occhi, eppure sa animare tutto; sa unificare le intenzioni, determinare le scelte, suggerire le iniziative, dare sostanza alle aspirazioni, fissare i termini della ricerca. Un «risorto con Cristo» — così Paolo definisce il cristiano — c e rc a «le cose di lassù, dove si trova Cristo», pensa «alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Colossesi, 3, 1-2). Dunque un cristiano vive come in uno stato di “alienazione”: non abbandona certo la terra, non la disprezza, non la abita con disgusto e disanimazione, e d’altra parte sta già al di là — anche se non localmente né cronologicamente. Il luogo e il tempo non sono degli assoluti; valgono se in essi il cristiano vive la risurrezione e matura la sua libertà in comunione con Gesù glorificato. Egli è preso dalla passione di “o l t re p a s s a re ”. Se in qualche misura noi siamo definiti e connotati dal nostro desiderio, ebbene: «Il nostro desiderio dev’essere teso a Cristo» (Tommaso d’Aquino, Super Ad Colossenses reportatio): nell’esistenza quaggiù troviamo “il vuoto” impresso dalla risurrezione di Gesù e dalla nostra conresurrezione, che incessantemente aspiriamo a colmare. Nessun incidente sarà ormai di tale gravità, per chi ha fede (ma la fede è analoga alla passione del Crocifisso il venerdì santo) da compromettere l’essenziale garantito dal legame ultraterreno di Chi sta alla destra del Padre, là dove non siamo semplicemente assenti, pur non essendo ancora perfettamente presenti. Pensa «le cose di lassù», ne ha il sapore — scrive il Dottore Angelico, commentando queste parole di Paolo — chi imposta la sua vita a partire dalle ragioni della risurrezione e tutto valuta e giudica secondo la sapienza del Risorto. La Chiesa ha trascorso lungo tempo in questi giorni nella celebrazione, al cui vertice sta l’intensa e impegnativa veglia pasquale. Paolo ammoniva a non celebrare la festa ancora nella corruzione vecchia del peccato, della malizia e della perversità: vorrebbe dire che Cristo è risorto come solo per sé, ma non in noi. La festa va celebrata nella sincerità e nella verità (1 Corinzi, 5, 8): allora il rito diventa realtà, passando dal “giuoco” all’applicazione, e la Pasqua da manducazione puramente sacramentale diviene assunzione dello stile e del comportamento nuovo. La Chiesa — dice la preghiera a conclusione dell’assemblea di Pasqua — è «rinnovata dai sacramenti pasquali» e raggiunta dall’«inesauribile forza dell’amore del Padre»; quindi può arrivare «alla gloria della risurrezione», ma con le azioni concrete quotidiane che a essa l’avvicinano.

© Osservatore Romano - 20 aprile 2014


 

I giusti Giovanni XXIIIe Giovanni Paolo II

ROMA, 19. «Il giusto delle nazioni Karol Wojtyła è certamente un uomo destinato da Dio ad assomigliare maggiormente alla sua immagine. Che il ricordo dei giusti sia di benedizione per tutti noi»: in un’intervista all’Adnkronos, il rabbino capo emerito di Roma, Elio Toaff, parla della canonizzazione dell’amico Giovanni Paolo II, che si celebrerà, assieme a quella di Giovanni XXIII, domenica 27 aprile in piazza San Pietro. «Nella Pasqua ebraica del 1987 — ricorda Toaff — Papa Wojtyła mi scriveva perché mi facessi portavoce presso la mia comunità dei suoi voti, volti a proseguire insieme, ebrei e cristiani, nel cammino della libertà e della fede nella speranza, con la gioia che è nei cuori durante la grande solennità pasquale. “Ricordiamoci in ogni momento della nostra vita — sottolineava Papa Giovanni Paolo II — che l’uomo è fatto a immagine di Dio”». Nel Talmud «è scritto che ogni generazione conosce l’avvicendarsi di 36 uomini giusti, dalla cui condotta dipendono i destini dell’uomo. Sono questi i giusti delle nazioni, che portano in sé più degli altri — spiega il rabbino — la shekhinah, la presenza di Dio. Sono i giusti che ci indicano la via del bene, avendo dedicato la loro vita al servizio del prossimo e alla gloria dell’Eterno. Nell’ebraismo, come è noto, non ci sono santi, ma soltanto giusti, e la canonizzazione di un santo è un fatto interno della Chiesa cristiana. Ma noi ebrei in questo momento vogliamo sottolineare che niente si attaglia meglio alla figura di Giovanni Paolo II della qualifica di giusto». Per gli ebrei, ha sottolineato Toaff nell’intervista, le visite simboliche di Papa Wo j t y ła alla Sinagoga di Roma, al campo di sterminio di Auschwitz e al Muro occidentale del Tempio a Gerusalemme «hanno segnato come pietre miliari il percorso che egli con coraggio e fermezza ha inteso compiere come atto di sincero affetto e comprensione nei confronti del popolo di Israele e di riparazione per le sofferenze e i torti inflittigli nel corso della storia e culminati nella tragedia della Shoah». E Giovanni Paolo II, nel suo testamento, non ha potuto «non ricordare il rabbino di Roma e così numerosi rappresentanti delle religioni non cristiane». Alle canonizzazioni del 27 aprile dedica un articolo anche il «Simon Wiesenthal Center» (una delle più grandi organizzazioni internazionali ebraiche per i diritti umani) che si unisce ai cattolici di tutto il mondo nel riconoscere il notevole contributo dato alla storia da Papa Roncalli e da Papa Wojtyła. «Gli ebrei ricorderanno sempre Giovanni XXIIIcome la forza animatrice del concilio Vaticano II, che ha cambiato il modo con cui i cattolici hanno guardato le altre fedi, specialmente l’ebraismo. Il documento Nostra Aetateche ne seguì — osserva il rabbino Yitzchok Adlerstein, direttore degli Affari interreligiosi del Centro Wiesenthal — ha “staccato la spina” su secoli di antisemitismo teologico e posto i rapporti tra cristiani ed ebrei su un piano di reciproco rispetto». Dal canto suo Giovanni Paolo II, commenta il rabbino Abraham Cooper, decano associato del Centro, «è diventato il primo Papa a visitare una casa di culto ebraico, abbracciando il rabbino capo di Roma Elio Toaff e chiamando gli ebrei “fratelli maggiori” dei cristiani». Cooper ricorda poi altri due fatti per i quali Papa Wo j t y ła ha «un posto speciale nel cuore del popolo ebraico»: la sua decisione di stabilire piene relazioni diplomatiche con lo Stato di Israele e, durante la visita a Gerusalemme, il biglietto inserito nel Muro occidentale nel quale riconosceva il sangue ebraico di generazioni versato in nome del cristianesimo, pregando per il perdono. Un gesto che «non sarà mai dimenticato».

© Osservatore Romano - 20 aprile 2014


 

La donna che non c’era

È un’assenza assordante. Così enorme, che dapprincipio nemmeno te ne accorgi. Ma quando la realizzi, realizzi che è un’assenza indice dell’amore travolgente che ti porta ad abbandonarti in modo totale, assoluto.

 

Sulla soglia

di INOS BIFFI

Il sabato santo è segnato dal silenzio. Sembra che tutto sia terminato senza possibilità di cambiamento; dopo che uno è morto, ogni progetto suo o a suo riguardo finisce. E anche Gesù è morto; resta da portarlo al sepolcro. Ora la sua salma è nelle mani di una «persona buona e giusta», Giuseppe di Arimatea. L’ufficio pietoso che egli compie è estremamente semplice, normale: «Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto». Solo mancava che gli aromi imbalsamassero Gesù, e ne conservassero la salma il più possibile intatta: un’attesa precaria, poiché alla consumazione del tempo e alla sua voracità non resiste, alla fine, nulla; all’imbalsamazione avrebbero provveduto le donne intente «a osservare dove veniva deposto». In ogni caso il suggello è conclusivo e pesante: «un masso contro l’entrata del sepolcro».
 

Chi non accetta la morte perde anche la vita

di GIULIANO ZANCHI

Le donne non si arrendono neanche morte. Tengono in piedi legami come fanno certi acrobati con una pila di piatti in cima a un’asticella. La loro è spesso una fedeltà fatta di niente. Tengono in vita relazioni, affetti, vincoli umani, custodendone la vitalità con l’ostinata inerzia di una fedeltà unilaterale, anche contro ogni evidenza della fine. Le donne non perdono mai veramente nessuno.
 
Il denaro è “l'anti-dio”, il “grande vecchio” che dietro le quinte muove le fila del mondo. Lo ha detto il predicatore della Casa Pontificia, il cappuccino Raniero Cantalamessa, nell'omelia pronunciata dinanzi a Papa Francesco durante la celebrazione della Passione del Signore, nella sera del 18 aprile, venerdì santo, nella basilica vaticana. Ricordando il tradimento di Giuda, che vende Gesù per “trenta sicli d'argento”, il religioso ha denunciato l'idolatria del denaro alla quale ancora oggi è asservita la società. Un'idolatria, ha ricordato, che sta dietro a fenomeni come la droga, la prostituzione, le mafie, la corruzione politica, il proliferare delle armi, il commercio degli organi umani, la crisi finanziaria. “Il tradimento di Giuda – ha sottolineato – continua nella storia e il tradito è sempre lui, Gesù”. Il quale, tuttavia, non abbandona l'uomo peccatore ma gli offre il perdono attraverso il sacramento della riconciliazione. Gesù infatti “sa fare di tutte le colpe umane, una volta che ci siamo pentiti, delle 'felici colpe', delle colpe che non si ricordano più se non per l’esperienza di misericordia e di tenerezza divina di cui sono state occasione”.

© www.osservatoreromano.va - 18 aprile 2014

Qui il testo
Il grande vecchio dietro le quinte del mondo