A cura di Paul e P.Pietro Messa

Fr Fabrizio Migliasso, Custode del Sacro Convento della Porziuncola è tornato alla Casa del Padre. Era ed è amico di vecchia data di Paul e dell'attività di evangelizzazione del sito e dell'Associazione.
Il 4 ottobre 2014 accolse papa Francesco alla Porziuncola.

Segue la sua ultima lettera.

Cari fratelli e sorelle.... "Il Signore vi dia Pace!"

Eccomi a voi per aggiornarvi sulla mia salute, o forse meglio dire sulla malattia. [...]

Allora.. che dire... "Il tempo si sta addensando"! La quantità della vita è nelle mani di Dio che può "stupirci" con effetti speciali... e quindi vedremo...!!

Continuiamo a chiedere la guarigione (sino all'ultimo micron di secondo può farlo e per me questo aspettare mi aiuta a convertirmi) ma intanto la densità e la qualità del mio tempo è aumentata e quindi voglio gustarmi (..e forse dovremmo farlo sempre anche quando le cose vanno bene!) ogni singolo riflesso di eternità in cui già siamo immersi!

Praticamente... niente... quando sto bene... ci sono!! E voglio continuare a vivere normalmente....

Cosa chiedere nella preghiera? Sia fatta la Sua volontà..anche se è diversa dalla mia...! Forse.. vista la mia "sfortuna" nelle cose ordinarie [...] chiederei un po' di "tregua"... tutto qui!

Ma il Signore non mi abbandona e chiedo a voi, suoi strumenti, di aiutarmi a gustare la densità di questo tempo.

Un piccolo esempio della provvidenza del Signore: il farmaco che farò è carissimo..e molte ASL/ospedali non lo prescrivono... io invece sono rientrato in questo protocollo! Così da poter dire... le proviamo tutte... e al buon Dio "datti da fare tu attraverso questa terapia". Quindi intanto ringraziamo ..!

Bene.. dette queste belle parole... spero anche di riuscirle a vivere e per questo conto anche sul vostro aiuto e sulla vostra preghiera! 

Chiudo con un fatto curioso successo a fine anno...: in una omelia in Basilica avevo parlato del tempo cronologico che scorre, ecc.. e così una mia "originale devota" di Milano venendo in Assisi mi ha portato un regalo: una clessidra. Quando ho aperto il pacchetto... la clessidra, nel viaggio, si era rotta! Ne aveva una di riserva..che mi ha dato subito... però...il segno era molto forte! Stupidaggine... anche perchè ricordate: "Essere supertiziosi porta sfortuna!" ​.

A tutti un abbraccio e uniti nella preghiera.

fr. Fabrizio Migliasso

Convento Porziuncola
06081  S. Maria degli Angeli  Pg
075.80511

Qui il comunicato:

Morte e Vita si sono affrontate
in un prodigioso duello.
Il Signore della vita era morto:
ora, vivo, trionfa.
(dalla Sequenza di Pasqua)

Questo pomeriggio, mercoledì 23 aprile 2014, presso l'Ospedale "Santa Maria della Misericordia" di Perugia, alle ore 19.15 circa è passato da questo mondo al Padre

FR FABRIZIO MIGLIASSO

P. Fabrizio, nato a Torino il 5 agosto 1962, vestì l'abito della prova il 10 settembre 1988 ed emise la prima professione temporanea dei voti di castità, obbedienza e povertà il 3 settembre dell'anno successivo. Fu ordinato sacerdote il 20 maggio 1995.

Venerdì 25 aprile, alle ore 21.00, ci sarà una veglia di preghiera dinanzi alla Porziuncola, all'interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli.

Alle ore 15.00 di sabato 26 aprile verranno celebrate le Esequie nella Basilica papale della Porziuncola (con processione che partirà dalla Portineria del Convento alle ore 14,45).

Raccomandiamo a tutti il ricordo nella preghiera.
 
Perché sono santi? Intorno a questo interrogativo si è svolto oggi in Sala stampa vaticana il primo dei numerosi briefing che ci accompagneranno fino a domenica prossima, giorno della Canonizzazione dei Beati Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. “E’ una strada fatta di tappe", ha spiegato il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, presentando gli approfondimenti quotidiani che saranno seguiti in settimana anche in lingua inglese e spagnola. Ospiti di oggi i postulatori delle Cause di canonizzazione dei due Beati: padre Giovangiuseppe Califano dei Frati Minori, per Papa Roncalli, e il presbitero polacco, mons. Slawomir Oder per Papa Woityla. Il servizio di Gabriella Ceraso:
 

Due Papi un’unica santità

di VINCENZO BERTOLONE*

Nella discussione sulle note della Chiesa (via notarum) — inaugurata nel medioevo da Giacomo di Viterbo e continuata in età moderna da Roberto Bellarmino — quella della santità viene subito dopo la nota dell’unità. Come ci ricorda il concilio Vaticano II nella costituzione dogmatica Lumen gentium (n. 41), «nei vari generi di vita e nelle varie professioni un’unica santità è praticata da tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio e, obbedienti alla voce del Padre e adorando in spirito e verità Dio Padre, seguono Cristo povero, umile e carico della croce, per meritare di essere partecipi della sua gloria». Ora la santità della Chiesa si manifesta in due pontefici, che giungono insieme alla canonizzazione.
 

Giovanni XXIII e Alcide De Gasperi

A cura di P. Pietro Messa

Tra le diverse iniziative in preparazione alla ormai vicina Canonizzazione di Papa Giovanni XXIII di particolare rilievo è stato il ricordo dell’Enciclica “Pacem in terris” realizzato dalla Diocesi di Bergamo grazie alla collaborazione con la Fondazione Papa Giovanni XXIII al Teatro Donizetti il 12 aprile.

L’Enciclica che porta la data dell’11 aprile 1963 si basa su alcuni principi fondamentali per orientare l'umanità sul cammino della pace: la centralità della persona inviolabile nei suoi diritti, ma titolare anche di doveri; il bene comune da perseguire e realizzare ovunque; il fondamento morale della politica; la forza della ragione e il faro illuminante della fede; la necessità di relazioni tra i popoli basate sul dialogo e sul negoziato, non su rapporti di forza.

In questo si mostra un documento che fu “profetico” al tempo, segnato dalla crisi di Cuba con la contrapposizione tra Russia e America, ma che continua ad essere quanto mai attuale in un momento come l’attuale marcato dalla crisi economica, da guerre e tensioni politiche o dalla persecuzione dei cristiani.
 
Maria Romana De Gasperi, figlia del grande statista, ha offerto la sua testimonianza sulla figura del Pontefice bergamasco (cfr. allegato).​

PacemInTerris_DeGasperi.pdf

Fonte: http://www.diocesibg.it/pls/bergamo/V3_S2EW_CONSULTAZIONE.mostra_pagina?id_pagina=1795&rifi=guest&rifp=guest
 

L’Amore fa fiorire la speranza nel deserto

“L’Amore fa fiorire la speranza nel deserto”, “con questa gioiosa certezza nel cuore”, nel giorno di Pasqua, Papa Francesco ha invocato la fine di ogni guerra e ostilità nel mondo e consolazione per tutte le persone in sofferenza. La sua voce è risuonata dalla loggia centrale della Basilica vaticana, nel tradizionale messaggio “Urbi et Orbi”, rivolto dopo la Messa celebrata in piazza San Pietro, affollatissima di fedeli, che hanno riempito anche via della Conciliazione. Il servizio di Roberta Gisotti
 

È Pasqua, ritroviamo il «fuoco» di Gesù

La Galilea come “luogo della prima chiamata, dove tutto era iniziato”; è con questa immagine che Papa Francesco, nella sua omelia, ha voluto suggellare la veglia pasquale nella basilica di San Pietro.
Continua su Avvenire
http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/veglia-pasquale-battesimi-papa.aspx

Qui l'omelia del Santo Padre alla Veglia Pasquale
Il Papa alla Veglia Pasquale: testimoniare Cristo Risorto con gioia umile e mite
 

Non è qui È risorto

di INOS BIFFI

L’attrattiva dapprima è ancora il sepolcro di Gesù, ormai vivo soltanto nel ricordo e nell’affetto; così insegna l’esperienza, che non permette di pensare a una vittoria sulla morte. E infatti, ancora avvolta nel buio, «sotto la spinta dell’affetto che arde in lei» (Tommaso d’Aquino), illuminata dalle luci della carità, Maria di Magdala si reca a tenere compagnia al corpo del Signore. La pietra ribaltata e l’assenza della spoglia desiderata non sa suscitare altra convinzione se non quella che «hanno portato via il corpo del Signore» (Giovanni, 20, 13), in un posto che non si conosce, ma pur sempre in un luogo della terra. Chi potrebbe immaginare che esso sia risorto e glorioso alla destra del Padre? Nel posto che unicamente compete al corpo del Figlio di Dio? L’esperienza offriva dunque queste evidenze e creava queste certezze; quanto alle Scritture restavano chiuse e incomprese. La fede nella risurrezione è laboriosa a nascere e a radicarsi. Simon Pietro vede i segni dell’assenza: le bende per terra e il sudario, il simbolo della morte, piegato a parte, ma non procede oltre: forse è assalito dalla domanda, è inquieto e perplesso, ma non è detto che abbia oltrepassato i dati e abbia creduto. Riesce a farlo invece l’altro discepolo — «quello che Gesù amava» (Giovanni, 19, 26) — il quale «vide e credette» (Giovanni, 20, 8). Egli interpreta e connette il senso di quelle bende per terra e di quel sudario a lato: dall’assenza perviene alla presenza. Il corpo di Gesù non è stato portato via: è risorto e vivente. Con le apparizioni e la conversazione prolungata la fede nel Risorto si diffonderà e costituirà «i testimoni prescelti da Dio», che la annunzieranno al mondo, non quale suggestione e soddisfazione di un bisogno o di un desiderio, ma quale verità assoluta, da cui deriva e dipende tutto. La Chiesa è nata come testimonianza che Gesù, l’appeso a una croce, «è il giudice dei vivi e dei morti», e che ogni uomo e ogni generazione lo ritrova, non nella memoria che tenta di riscattare il tempo e di rievocare chi è passato e soltanto continua nelle sue tracce, ma nella realtà di chi è il «Signore della vita», vittorioso nel «prodigioso duello» contro la morte (Sequenza Victimae paschali). La risurrezione del Signore è avvenimento per l’umanità: è vocazione e impegno per ognuno. Chi ha ricevuto la grazia di credervi, è chiamato a lasciarsene trasformare l’esistenza. Pietro presenta questa trasformazione come remissione dei peccati, e quindi liberazione e amicizia con Dio. «Cristo innocente ha riconciliato col Padre i peccatori» (ibidem): la risurrezione è assoluzione. Ma occorre aderire e affidarsi; occorre lasciarsi perdonare. Il sacro triduo ha svolto la storia di Dio — nell’umiliazione e nell’amore — «per noi uomini e per la nostra salvezza». La conclusione di questa storia è la presenza del Risorto che, proprio perché alla destra del Padre, è ora nella prossimità più intima e nella compagnia più vicina per ogni uomo che riconosce: «Cristo, mia speranza, è risorto» (ibidem). Un cristiano ha già fatto il passaggio essenziale alla vita, è già un rinato, nel quale la mortalità è stata superata. Una valutazione che si fermi alle apparenze non trova nell’universo dei segni immediati della gloria di Gesù: tutto in superficie sembra scorrere come prima. Anche la nostra vita prosegue le sue connivenze terrene, le sue solidarietà quotidiane, dalle cui pieghe non filtra la gloria. E tuttavia l’a p p a re n -za, se non ingannevole, è parziale: lo sa chi ha veramente fede; e può accorgersene chi è disposto a raccogliere gli indizi della vita rinnovata che si trovano negli autentici credenti. Ma questi chi sono? Secondo Paolo sono quelli la cui vita vera «è nascosta con Cristo in Dio» (Colossesi, 3, 3). Il contenuto dell’identità cristiana rimane celato per ora ai nostri stessi occhi, eppure sa animare tutto; sa unificare le intenzioni, determinare le scelte, suggerire le iniziative, dare sostanza alle aspirazioni, fissare i termini della ricerca. Un «risorto con Cristo» — così Paolo definisce il cristiano — c e rc a «le cose di lassù, dove si trova Cristo», pensa «alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Colossesi, 3, 1-2). Dunque un cristiano vive come in uno stato di “alienazione”: non abbandona certo la terra, non la disprezza, non la abita con disgusto e disanimazione, e d’altra parte sta già al di là — anche se non localmente né cronologicamente. Il luogo e il tempo non sono degli assoluti; valgono se in essi il cristiano vive la risurrezione e matura la sua libertà in comunione con Gesù glorificato. Egli è preso dalla passione di “o l t re p a s s a re ”. Se in qualche misura noi siamo definiti e connotati dal nostro desiderio, ebbene: «Il nostro desiderio dev’essere teso a Cristo» (Tommaso d’Aquino, Super Ad Colossenses reportatio): nell’esistenza quaggiù troviamo “il vuoto” impresso dalla risurrezione di Gesù e dalla nostra conresurrezione, che incessantemente aspiriamo a colmare. Nessun incidente sarà ormai di tale gravità, per chi ha fede (ma la fede è analoga alla passione del Crocifisso il venerdì santo) da compromettere l’essenziale garantito dal legame ultraterreno di Chi sta alla destra del Padre, là dove non siamo semplicemente assenti, pur non essendo ancora perfettamente presenti. Pensa «le cose di lassù», ne ha il sapore — scrive il Dottore Angelico, commentando queste parole di Paolo — chi imposta la sua vita a partire dalle ragioni della risurrezione e tutto valuta e giudica secondo la sapienza del Risorto. La Chiesa ha trascorso lungo tempo in questi giorni nella celebrazione, al cui vertice sta l’intensa e impegnativa veglia pasquale. Paolo ammoniva a non celebrare la festa ancora nella corruzione vecchia del peccato, della malizia e della perversità: vorrebbe dire che Cristo è risorto come solo per sé, ma non in noi. La festa va celebrata nella sincerità e nella verità (1 Corinzi, 5, 8): allora il rito diventa realtà, passando dal “giuoco” all’applicazione, e la Pasqua da manducazione puramente sacramentale diviene assunzione dello stile e del comportamento nuovo. La Chiesa — dice la preghiera a conclusione dell’assemblea di Pasqua — è «rinnovata dai sacramenti pasquali» e raggiunta dall’«inesauribile forza dell’amore del Padre»; quindi può arrivare «alla gloria della risurrezione», ma con le azioni concrete quotidiane che a essa l’avvicinano.

© Osservatore Romano - 20 aprile 2014


 

I giusti Giovanni XXIIIe Giovanni Paolo II

ROMA, 19. «Il giusto delle nazioni Karol Wojtyła è certamente un uomo destinato da Dio ad assomigliare maggiormente alla sua immagine. Che il ricordo dei giusti sia di benedizione per tutti noi»: in un’intervista all’Adnkronos, il rabbino capo emerito di Roma, Elio Toaff, parla della canonizzazione dell’amico Giovanni Paolo II, che si celebrerà, assieme a quella di Giovanni XXIII, domenica 27 aprile in piazza San Pietro. «Nella Pasqua ebraica del 1987 — ricorda Toaff — Papa Wojtyła mi scriveva perché mi facessi portavoce presso la mia comunità dei suoi voti, volti a proseguire insieme, ebrei e cristiani, nel cammino della libertà e della fede nella speranza, con la gioia che è nei cuori durante la grande solennità pasquale. “Ricordiamoci in ogni momento della nostra vita — sottolineava Papa Giovanni Paolo II — che l’uomo è fatto a immagine di Dio”». Nel Talmud «è scritto che ogni generazione conosce l’avvicendarsi di 36 uomini giusti, dalla cui condotta dipendono i destini dell’uomo. Sono questi i giusti delle nazioni, che portano in sé più degli altri — spiega il rabbino — la shekhinah, la presenza di Dio. Sono i giusti che ci indicano la via del bene, avendo dedicato la loro vita al servizio del prossimo e alla gloria dell’Eterno. Nell’ebraismo, come è noto, non ci sono santi, ma soltanto giusti, e la canonizzazione di un santo è un fatto interno della Chiesa cristiana. Ma noi ebrei in questo momento vogliamo sottolineare che niente si attaglia meglio alla figura di Giovanni Paolo II della qualifica di giusto». Per gli ebrei, ha sottolineato Toaff nell’intervista, le visite simboliche di Papa Wo j t y ła alla Sinagoga di Roma, al campo di sterminio di Auschwitz e al Muro occidentale del Tempio a Gerusalemme «hanno segnato come pietre miliari il percorso che egli con coraggio e fermezza ha inteso compiere come atto di sincero affetto e comprensione nei confronti del popolo di Israele e di riparazione per le sofferenze e i torti inflittigli nel corso della storia e culminati nella tragedia della Shoah». E Giovanni Paolo II, nel suo testamento, non ha potuto «non ricordare il rabbino di Roma e così numerosi rappresentanti delle religioni non cristiane». Alle canonizzazioni del 27 aprile dedica un articolo anche il «Simon Wiesenthal Center» (una delle più grandi organizzazioni internazionali ebraiche per i diritti umani) che si unisce ai cattolici di tutto il mondo nel riconoscere il notevole contributo dato alla storia da Papa Roncalli e da Papa Wojtyła. «Gli ebrei ricorderanno sempre Giovanni XXIIIcome la forza animatrice del concilio Vaticano II, che ha cambiato il modo con cui i cattolici hanno guardato le altre fedi, specialmente l’ebraismo. Il documento Nostra Aetateche ne seguì — osserva il rabbino Yitzchok Adlerstein, direttore degli Affari interreligiosi del Centro Wiesenthal — ha “staccato la spina” su secoli di antisemitismo teologico e posto i rapporti tra cristiani ed ebrei su un piano di reciproco rispetto». Dal canto suo Giovanni Paolo II, commenta il rabbino Abraham Cooper, decano associato del Centro, «è diventato il primo Papa a visitare una casa di culto ebraico, abbracciando il rabbino capo di Roma Elio Toaff e chiamando gli ebrei “fratelli maggiori” dei cristiani». Cooper ricorda poi altri due fatti per i quali Papa Wo j t y ła ha «un posto speciale nel cuore del popolo ebraico»: la sua decisione di stabilire piene relazioni diplomatiche con lo Stato di Israele e, durante la visita a Gerusalemme, il biglietto inserito nel Muro occidentale nel quale riconosceva il sangue ebraico di generazioni versato in nome del cristianesimo, pregando per il perdono. Un gesto che «non sarà mai dimenticato».

© Osservatore Romano - 20 aprile 2014