Il dolore che non spezza la speranza

martiri 2SANA’A, 9. Mentre sono ancora vivi il dolore e lo sgomento per l’eccidio delle quattro suore missionarie della carità di Aden, in Yemen, barbaramente uccise da un gruppo di estremisti, e mentre si spera che il salesiano don Thomas Uzhunnalil, sequestrato dai rapitori, sia ancora vivo, si celebrano in tutto il mondo messe in suffragio per le religiose scomparse. Come è noto, un commando estremista ha attaccato il 4 marzo scorso la casa di cura per anziani e disabili di Aden, nel sud del Paese, gestito dalle suore missionarie della carità.
Gli assalitori hanno ucciso suor Anselma, originaria dell’India, suor Marguerite e suor Reginette originarie del Rwanda, suor Judit, originaria del Kenya e altre dodici persone che lavoravano all’interno della struttura. Nel pomeriggio di venerdì 11 marzo, nella chiesa di San Salvatore a Porta Nuova, nella Città vecchia, il patriarca latino di Gerusalemme, monsignor Fouad Twal celebrerà una messa in suffragio per le suore martiri in Yemen. Alla funzione, promossa dal Patriarcato di Gerusalemme dei Latini, dalla Custodia di Terra santa, dalla parrocchia latina di Gerusalemme e dalle stesse missionarie della carità, sono invitati il clero, i religiosi, i seminaristi e i laici di tutta la Terra santa. «Le celebrazioni — spiega ad AsiaNews Sobhy Makhoul, cancelliere del Patriarcato di Gerusalemme dei Maroniti — sono un segno forte di solidarietà che vogliamo mandare alle missionarie dello Yemen e a quelle che operano qui, in Terra santa, a Gaza e nei Territori palestinesi. Le religiose offrono un servizio encomiabile a tutto il mondo arabo, senza fare distinzioni fra cristiani e musulmani. E anche in Yemen — aggiunge — il loro servizio era quasi interamente rivolto ai musulmani, i soli ospiti della casa per anziani teatro del massacro. Ci sentiamo responsabili e vogliamo pregare per queste nostre sorelle che si sono prodigate nel servizio agli altri. Al contempo, voglio lanciare un appello all’Occidente, sempre più cieco e sordo di fronte alle sofferenze dei cristiani in Medio oriente. Basta dare armi e soldi ai terroristi, basta mettere gli interessi economici e politici al di sopra di tutto. Queste sono le conseguenze». Sobhy Makhoul rivolge un pensiero alle tante suore in missione, che riescono con la loro opera, col loro lavoro «a dare un segnale molto forte al mondo musulmano» in quanto a dedizione, carità, attenzione per l’altro. «Con la messa e le preghiere per le missionarie di madre Teresa uccise — prosegue — vogliamo svegliare la coscienza dei musulmani, anche e soprattutto di quelli in Terra santa. E in queste ore abbiamo ricevuto attestati di stima e solidarietà da molti musulmani nostri vicini, gente comune. Quando si parla di dialogo interreligioso si fa sempre riferimento ai capi, alle autorità. In realtà quello che stiamo facendo con questa messa, e con il lavoro sui social media, è di andare a parlare con la gente comune, con la popolazione musulmana, per far crescere una coscienza critica. E la risposta c’è stata — conclude Makhoul — p erché molti vicini musulmani hanno espresso rammarico per quanto successo in Yemen. Del resto la gente qui conosce bene il lavoro delle suore, vi è una presenza millenaria di consacrate e non si sono mai registrate brutalità simili. E perché non avvengano in futuro è necessario rafforzare questa coscienza, sensibilizzare le persone, costruire un argine contro il fondamentalismo che proviene dall’esterno, da persone assetate di sangue». Intanto, una fonte del vicariato apostolico dell’Arabia meridionale riferisce che suor Sally, la religiosa indiana scampata al massacro, «è fuori del Paese e al sicuro, in luogo protetto», mentre non vi sono novità sulla sorte di don Thomas. «Finora — conclude la fonte — non abbiamo nessuna notizia del sacerdote, anche se continuano senza sosta le ricerche di contatti. La nostra speranza è che si possano avviare entro due o tre giorni».

© Osservatore Romano - 10 marzo 2016