Rassegna stampa etica

C’è differenza tra cura e manipolazione della vita

confusione eticadi GIOVANNI ZAVATTA
Non si può giocare a fare Dio, a creare la vita. Ingegnarsi a produrre elementi o sistemi biologici nuovi è accettabile solo se ci si preoccupa di rispettare una creazione affidata all’intelligenza e alla responsabilità morale dell’uomo e quando ci si lascia sempre guidare dalla ricerca del bene comune dell’umanità.
Lo scrive il gruppo di riflessione bioetica del segretariato della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece) nel Parere sulla biologia di sintesi, pubblicato nei giorni scorsi. Se è vero che la biologia di sintesi (o sintetica) — branca della scienza che mira a produrre componenti e sistemi biologici artificiali e anche esseri viventi che non esistono in natura — «potrebbe avere in futuro molteplici applicazioni industriali nei settori della sanità, dell’e n e rg i a , dei materiali, dell’ambiente e dell’agricoltura», è altrettanto vero che occorre «valutare attentamente la reale utilità di queste tecniche biologiche così come i loro rischi potenziali». Si tratta di un campo di ricerca, e già di applicazione, in piena espansione, destinato probabilmente a divenire «un efficace strumento di comprensione e di trasformazione del vivente». Nuovi saperi e poteri che suscitano grandi attese, in alcuni casi smisurate, ma anche «il forte timore che siano male utilizzati, a detrimento dell’uomo e di ciò che lo circonda». Gli esperti della Comece citano il caso dell’équipe statunitense guidata da Craig Venter che nel 2010, dopo aver realizzato la sintesi di un virus e poi del cromosoma di un batterio, sarebbe giunta a creare in laboratorio il genoma del batterio Mycoplasma mycoides, introducendolo in un altro batterio, il Mycoplasma capricolum, in modo tale che esso fosse vitale e interamente controllato dal genoma sintetico. Il risultato è un batterio nuovo, che è stato chiamato Synthia. L’istituto si sarebbe vantato di aver creato “la prima cellula batterica sintetica”, pretesa che fu subito contestata da molti scienziati i quali fecero notare che, se il cromosoma era stato costruito dalla sintesi chimica e assemblato ricorrendo alle biotecnologie, tutto il meccanismo cellulare, ben più complesso, era quello del batterio ospitante. Craig Venter, osserva il gruppo di riflessione, «non ha certamente creato la vita » e «darebbe prova della più grande megalomania colui il quale si credesse un creatore, nel significato enorme che ha questo termine in una prospettiva religiosa». Venter ha prodotto una nuova forma di vita ma per ottenere ciò «non ha fatto altro che utilizzare, dopo lunghi e costosi tentativi, le proprietà naturali di un batterio che non gli doveva affatto l’esistenza». L’uomo «è nel diritto di modificare la vita sulla terra?», si chiede la Commissione degli episcopati della Comunità europea. La questione, quando riguarda le specie vegetali e animali, suscita molteplici controversie. Per i cattolici — risp onde citando il Compendio della dottrina sociale della Chiesa re d a t t o dal Pontificio consiglio della giustizia e della pace — l’uomo non deve «disporre arbitrariamente della terra, assoggettandola senza riserve alla sua volontà, come se essa non avesse una propria forma e una destinazione anteriore datale da Dio, che l’uomo può, sì, sviluppare, ma non deve tradire. Quando si comporta in questo modo, invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’op era della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui» (460). E quindi, anche per quanto riguarda la liceità dell’uso delle tecniche biologiche e biogenetiche, «è necessario valutare accuratamente la loro reale utilità nonché le loro possibili conseguenze anche in termini di rischi. Nell’ambito degli interventi tecnico-scientifici di forte e ampia incisività sugli organismi viventi, con la possibilità di notevoli ripercussioni a lungo termine, non è lecito agire con leggerezza e irresponsabilità » (473). Nella misura in cui si svilupperà, la biologia di sintesi avrà profonde ripercussioni sull’uomo e sui suoi stili di vita, poiché è anche e soprattutto il corpo umano il destinatario di tali invenzioni. Di già esistono, ricorda il gruppo di lavoro per evidenziare le sue applicazioni industriali, un sistema di diagnosi sensibile che consente di seguire ogni anno 400.000 pazienti affetti dal virus dell’aids o da epatiti, un sistema di rilevazione della presenza di arsenico nell’acqua (fonte di avvelenamento per milioni di persone nel mondo), così come la sintesi di un potente medicinale antimalaria, l’artemisinina. La questione non è nuova: «Da venticinque anni — si legge nel documento — si svolgono ufficialmente nel mondo ricerche destinate a modificare il genoma degli esseri umani. Ciò ha permesso di ottenere la guarigione di bambini che altrimenti avrebbero potuto sopravvivere solo in condizioni di profonda sofferenza. Fino a una data recente i medici osservavano una regola chiara: se sembrava fattibile, con molte precauzioni, cercare di modificare il genoma di cellule del corpo di pazienti affetti da malattie genetiche gravi, era totalmente escluso di operare sull’essere umano modificazioni geniche che fossero trasmissibili alla discendenza». Sì in pratica, sotto condizioni, alla terapia genica somatica, no alla terapia genica germinale, quest’ultima troppo legata alla ricerca sull’embrione umano, con conseguenze imprevedibili sulle future generazioni. Questa regola, per la Comece, ha valore di riferimento e di avvertimento, e può servire da guida nella riflessione etica e giuridica. La speranza è che lo sviluppo della biologia di sintesi venga governato dall’interesse di un pieno rispetto dell’essere umano e della sua dignità. Ciò «comporterà di resistere ai sogni di una “umanità aumentata” ma condurrà anche, ogni volta che sembrerà ragionevole, a ricorrere alle invenzioni della biologia di sintesi in modo da rimediare ai danni della malattia e dell’handicap ». Il “p a re re ” si conclude auspicando una giusta collaborazione fra Paesi più sviluppati e meno sviluppati, regole adeguate e decisioni alle quali «la popolazione ha pienamente diritto di partecipare», e un vero dialogo fra scienziati, poteri pubblici e società.

© Osservatore Romano - 25-26 gennaio 2016


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