Rassegna stampa etica

Il DL Cirinnà, simbolica patente di uguaglianza cosificando i bambini

Cirinna BoschiI promotori del disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili sostengono che sia necessario riconoscere alle coppie omosessuali gli stessi diritti di cui godono i coniugi eterosessuali, motivando tutto ciò come una battaglia di civiltà. Si sprecano storielle strappalacrime di bambini che non si possono andare a prendere a scuola, di conviventi che non si possono visitare in ospedale o in carcere e via discorrendo.
Si tratta fondamentalmente di un grande inganno mediatico poiché molti, invece, sono i diritti già riconosciuti alle coppie conviventi per via legislativa o dalla Corte costituzionale.
Un breve elenco non esaustivo può aiutare ad avere un’idea più completa della situazione.
Al convivente, infatti, è già riconosciuto il diritto di:
- avere colloqui in carcere (art. 30, l. 354/75)
- informativa per di espianto di organi in caso di morte cerebrale (l. 91/99)
- adozione in casi speciali (art. 44, l. 184/83)
- partecipazione all’impresa familiare (art, 230 bis C.C.)
- permessi lavorativi per malattia o decesso del convivente (l. 53/2000)
- succedere nel contratto di locazione (Corte costituzionale, sent. 404/88)
- assegnazione di alloggio popolare (Corte costituzionale, sent. 559/89).
Molte altre situazioni sono poi lasciate all’autonomia privata, come le donazioni, la assicurazioni sulla vita o l’istituzione di erede per via testamentaria.
E andare a prendere i bambini a scuola? Ohibò, lì basta compilare il modulo apposito predisposto dall’istituto scolastico, questo lo sanno anche i bambini e le loro baby-sitter.
Dunque, quali diritti mancano ancora alle coppie omosessuali e a cosa mira il ddl Cirinnà?
Di fatto, tre sono le grandi aggiunte che opera questo disegno di legge e tutte agiscono non tanto sul piano dei diritti quanto sul piano simbolico.

Innanzitutto è previsto un rito
, da celebrare dinanzi all’ufficiale di stato civile alla presenza di due testimoni, con la manifestazione della promessa di fedeltà, assistenza morale e materiale nonché di coabitazione. Sarà anche possibile scegliere di assumere il cognome del partner. E’ chiaro che siamo nell’ambito di un tipico rito di passaggio nel quale si assume uno stato di vita nuovo e del tutto simile al matrimonio.

La seconda aggiunta è il rinvio al diritto matrimoniale, di modo che tutte le singole disposizioni di legge in cui sia contenuta la parola “coniuge” verranno applicate anche al regime delle unioni civili. E’ evidente che a livello simbolico si sta operando una equiparazione dei due istituti che risponde non tanto all’assenza di diritti civili quanto al bisogno di sentirsi “come gli altri”.

La terza aggiunta completa la “normalizzazione” andando a toccare un ambito che è proprio dell’istituto matrimoniale - ossia la filiazione - lì ove si prevede la stepchild adoption ovvero l’adozione del figlio biologico del convivente. Su questo ultimo punto il senso di umana solidarietà che si può provare nei confronti di persone che tutto sommato stanno cercando una simbolica patente di “uguaglianza”, si arresta, si blocca, si inibisce. E’ chiaro a tutti, infatti, che per avere un figlio all’interno di una coppia omosessuale è inevitabilmente necessario il ricorso alla donazione di sperma (se la coppia è lesbica) o alla maternità surrogata, altresì detta utero in affitto con donazione di ovulo (se la coppia è omosessuale). Si tratta di una pratica che comporta, in entrambi i casi, una violazione di elementari diritti umani del nascituro e/o delle donne sulla cui pelle si gioca questa partita.

staff dei contributi esterni di cristianocattolico.it

Per approfondimenti consultare il VADEMECUM SULLE UNIONI CIVILI

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