Rassegna stampa etica

In ricordo del (fu) principio della separazione dei poteri.

la croce 15 gennaio 2016di Giovanna Arminio © La Croce 15 gennaio 2016

Si avvicina il 26 gennaio, giorno in cui il disegno di legge sulle unioni civili approderà al Senato (salvo diverse disposizioni del premier, che potrebbe preferire metter prima sotto chiave il voto sulla riforma costituzionale – e questo sarebbe un segnale non rassicurante per chi si oppone all’iter del ddl).

Il tempo stringe e le discussioni diventano serrate soprattutto negli spazi televisivi e su giornali e social network.

È proprio nel mondo virtuale che, qualche giorno fa, ho avuto il piacere di scambiare qualche battuta con Rosanna Filippin, senatrice del PD “con tanto di laurea al Bo di Padova ed esame di stato superato alla Corte d’Appello di Venezia”, attualmente impegnata nell’approvazione del cosiddetto d.d.l. Cirinnà.

Sabato scorso testualmente leggo sul suo profilo facebook che: “Siccome secondo qualcuno non ho studiato la Costituzione e non ne conosco i cardini, li pregherei di leggersi questa sentenza della nostra Corte Costituzionale. È la n. 138 del 2010. A molti non piacerà, lo so. Ma è stata la nostra mappa per addentrarci nel campo delle ‪#‎UnioniCivili‬. PS: vita nuova nel 2016. Blocco chi mi insulta.”

Finalmente un confronto tecnico, nel merito, mi son detta!

Ma cosa dice in estrema sintesi la sentenza citata dalla senatrice? E soprattutto perché rappresenterebbe la “mappa” che indica la strada verso l’approvazione del d.d.l.?

Non è certamente semplice rendere scorrevole e facilmente comprensibile un simile testo.

I fatti riguardano due uomini che si oppongono al rifiuto dell’ufficiale di stato civile del Comune di Venezia di procedere alla pubblicazione del loro matrimonio, essendo l’attuale normativa incentrata sulla diversità di sesso dei coniugi.

Il Tribunale, a sua volta, solleva - in riferimento agli articoli 2 (diritti inviolabili), 3 (uguaglianza formale e sostanziale), 29 (famiglia e matrimonio) e 117, primo comma (potestà legislativa) della Costituzione - la questione di legittimità costituzionale degli articoli 93 (Pubblicazione), 96 (Richiesta della pubblicazione), 98 (Rifiuto della pubblicazione), 107 (Forma della celebrazione), 108 (Inopponibilità di termini e condizioni), 143 (Diritti e doveri reciproci dei coniugi), 143-bis (Cognome della moglie) e 156-bis (Affidamento a un solo genitore e opposizione all’affidamento condiviso) del codice civile, «nella parte in cui, sistematicamente interpretati, non consentono che le persone di orientamento omosessuale possano contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso».

La Corte Costituzionale, interpretando le norme del codice civile in materia di matrimonio e filiazione, ma anche la legge sullo scioglimento del matrimonio e le norme sull’ordinamento dello stato civile, afferma che l’istituto matrimoniale si riferisce soltanto all’unione stabile di un uomo e di una donna e postula la diversità di sesso, nel quadro di “una consolidata e ultramillenaria nozione di matrimonio”.

Quindi si interroga se si può giungere ad una pronuncia di illegittimità degli articoli indicati per poi estendere alle unioni omosessuali la disciplina del matrimonio, così colmando un vuoto normativo dovuto al fatto che il Legislatore del 1942 non si era posto il problema del matrimonio omosessuale.

Secondo i giudici costituzionali l’unione omosessuale - intesa come convivenza stabile tra due persone dello stesso sesso a cui riconoscere diritti e doveri giuridici - rientra nell’ambito delle “formazioni sociali” tutelate dall’articolo 2 della Costituzione, così escludendone l’equiparazione al matrimonio. Spetta poi al Parlamento, nell’esercizio della sua piena discrezionalità, individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le suddette unioni.

Secondo la senatrice Filippin la sentenza rappresenta la “mappa” per addentrarsi nel campo delle unioni civili.

Ma è proprio a partire da questo momento che comincia il corto circuito giuridico e dialettico.

Precisa infatti la signora che “La proposta di legge Cirinnà mira a introdurre nel nostro ordinamento un istituto, l’unione civile, diverso e ulteriore rispetto al matrimonio, riservandolo in via esclusiva alle coppie composte da persone dello stesso sesso. Si intende riservare a questa categoria di coppie uno specifico istituto che, se pure mutua la disciplina da quella del matrimonio eterosessuale, ha un nome diverso (“unione civile”) e non prevede la possibilità di accedere alla valutazione di idoneità all’adozione…”.

Troppa roba, tutta insieme e un po’ confusa.

Innanzitutto la sentenza n. 138/2000, in nessun punto menziona un (fantomatico) specifico istituto nell’ambito del quale inquadrare le unioni civili e, men che meno, mutuando la disciplina del matrimonio eterosessuale. Infatti, le forme di garanzia e riconoscimento delle unioni omosessuali di cui parla la Corte, non possono né devono spingersi fino a creare istituti analoghi o simili al matrimonio, modificando l’articolo 29 della Costituzione, per includere problematiche, come la questione delle unioni omosessuali, estrenee ai lavori preparatori dell’Assemblea Costituente.

E poiché la Senatrice si spinge oltre (“…io aprirei una riflessione sull’art. 29 della Costituzione. Che cos’è oggi la famiglia? A chi deve andare la tutela? Solo alla famiglia naturale fondata sul matrimonio? E le altre, cosa sono ? Vorrei che ci fosse un serio dibattito nel nostro paese, senza pregiudizi e veti. Chissà se siamo abbastanza maturi”), sempre la sentenza da lei citata ribadisce (come qualsiasi manuale di diritto costituzionale) che la famiglia, quale “società naturale fondata sul matrimonio”, non deriva dallo Stato - che si limita a riconoscerne i diritti originari - ma preesiste.

La Corte Costituzionale precisa che la nozione di matrimonio riconosciuta dal nostro ordinamento tuttora stabilisce che i coniugi devono essere persone di sesso diverso (articolo 143 codice civile: “Con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri”); anzi, il secondo comma, che afferma il principio dell’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, fu formulato proprio con l’intento di attribuire alla donna pari dignità e diritti. Infine, che il legislatore intendesse riferirsi al matrimonio tra uomo e donna, inteso come luogo naturale nel quel allevare i figli, è dimostrato anche dal fatto che il successivo articolo 30 della Costituzione si occupa proprio della tutela della prole.

La discussione sul profilo facebook della senatrice mi stuzzica e scrivo un’ovvietà: chi sostiene la necessità di una ridefinizione del concetto di famiglia, ne sottintende una preesistente, che invece manca, proprio perché l’articolo 29 della Costituzione prende atto di un’evidenza, cioè la famiglia intesa come società naturale, la riconosce come primaria formazione sociale a cui associa, per usare le parole della Corte Costituzionale, “una consolidata e ultramillenaria nozione di matrimonio”. Per semplificare, faccio notare che l’articolo sull’omicidio non definisce cosa sia la morte di un uomo, ma stabilisce semplicemente che è punito chi la provoca. Chi è a caccia di ridefinizioni ha solo intenzione di piegare l’evidenza naturale all’ideologia.

Il commento rimane senza riscontro e la discussione si sposta sul punto dolente della stepchild adoption (inglesismi e neologismi dell’ultima ora hanno ormai sostituito il vecchio politichese), cioè l’adozione del figlio naturale del partner, prevista dall’articolo 5 del disegno di legge, che inserisce la “parte dell’unione civile tra persone dello stesso sesso” tra i soggetti legittimati ad adottare a norma dell’articolo 44 della legge sull’adozione.

Pausa di riflessione.

Si tratta della cosiddetta adozione in casi particolari, cioè quella richiesta dal coniuge nel caso in cui il minore sia figlio dell’altro coniuge.

Ora, l’affermazione della senatrice secondo la quale, per dimostrare la distanza dall’istituto matrimoniale, basterebbe soffermarsi sulla circostanza che il d.d.l. Cirinnà “non prevede la possibilità di accedere alla valutazione di idoneità all’adozione…” è evidentemente falsa, non solo perché è prevista la stepchild adoption (ed il partner potrà adottare il figlio dell’altro evitando tutta la procedura prevista per l’adozione ordinaria), ma, presumibilmente perché, per via giurisprudenziale, si arriverà a rendere accessibili alle coppie omosessuali l’adozione tout court. Infatti, se è possibile adottare il figlio del proprio partner, per quale motivo non dovrebbe essere legittimo adottare chiunque?

Rispondo alla senatrice che dottrina e giurisprudenza non riconoscono alcun diritto alla procreazione (cioè ad avere figli) ed il richiamo alla legge sull’adozione è una forzatura perché la ratio legis dell’istituto è la tutela del minore dichiarato in stato di adottabilità e questo, solo incidentalmente, realizza l’interesse - ma non (l’inesistente) diritto - della coppia adottante. Per non parlare della violazione del diritto del minore ad avere una madre e un padre. Diritto questo primario, non negoziabile e violato con la stepchild adoption.

L’adozione del figlio naturale del partner non tutela l’interesse del minore, semplicemente perché i bambini che oggi si trovano in seno alle cosiddette famiglie arcobaleno sono stati già privati con assoluta consapevolezza della madre o del padre, non potranno nella stragrande maggioranza dei casi conoscere le origini biologiche e ricostruire la propria identità ed alcuni sono il prodotto, giuridico e commerciale, dell’odiosa pratica dell’utero in affitto.

A questo punto la senatrice mi invita a leggere la sentenza n. 299/2014 del Tribunale per i Minorenni di Roma (che ha riconosciuto l’adozione da parte della convivente della madre).

Replico che i giudici non fanno le leggi e la separazione dei poteri è un principio cardine dello stato di diritto. Creare interferenze mette in serio pericolo gli equilibri della democrazia e sminuisce il ruolo del Parlamento da lei rappresentato. La giurisprudenza creativa e i giudici che “suggeriscono” la strada da percorrere ai parlamentari sono un’anomalia del sistema.

Quello che non ti aspetti è che un senatore della Repubblica e avvocato risponda che no, non è così, “…anzi, quello che scrivono i Giudici nelle sentenze dovrebbe aiutare il legislatore a capire se le leggi funzionano o no”.

Incredula prendo atto che, per una senatrice della Repubblica, della separazione dei poteri si può fare a meno.

Faccio una pausa. Mi sarò sbagliata. Rileggo. No, è tutto lì nero su bianco.

Il giorno dopo viene pubblicata la notizia che hanno aderito all’appello di Articolo29.it Magistratura Democratica e magistrati del calibro di Edmondo Bruti Liberati, ex procuratore della Repubblica di Milano, Gabriella Luccioli, ex presidente della sezione di Cassazione competente per la famiglia, i minori e le adozioni, Giuseppe Spadaro, attuale presidente del Tribunale per i minorenni di Bologna, oltre a vari presidenti di tribunale, giudici di Cassazione e giudici di merito oltre a Vladimiro Zagrebelsky (ex giudice della Corte europea dei diritti umani).

Non ci resta che proclamare un minuto di silenzio in ricordo del (fu) principio della separazione dei poteri.

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