Rassegna stampa etica

LA GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA

forma donnadi Giovanna Arminio

Esistono due modi per ricordare la Giornata Internazionale della Donna: quello evocativo tanto caro alla sinistra (o a quel che ne è rimasto), che esalta la storia sulla nascita del movimento e la sua chiara connotazione politica e poi quello festaiolo delle donnette che stasera andranno ad affollare night clubs, ristoranti e pizzerie, urlando come forsennate davanti a uomini seminudi e depilati, che si esibiscono alludendo a performance sessuali.

Come si sia arrivati a questo sinceramente non lo so.
Sento un certo imbarazzo ad affrontare l’argomento, sia perché sembra che certa parte politica abbia il patrocinio esclusivo della ricorrenza, con la pretesa e l’arroganza tipica di chi ritiene di esaurire ogni tipo di analisi dell’universo femminile, sia per il degrado di certe “libertà”.
Impossibile riconoscersi nell’una o nell’altra e, ricordando il noto brocardo latino tertium non datur, sembra che non ci sia scelta.
Ripercorriamo allora brevemente la storia e le origini e proviamo a capire se esiste una terza via.
La Giornata Internazionale della Donna, istituita dal Partito Socialista Americano il 28 febbraio 1909, nasce in realtà qualche anno prima, nel corso dell’VII Congresso della II Internazionale socialista, tenutosi a Stoccarda nel 1907, in cui si tratta dapprima la questione del riconoscimento del diritto al voto alle donne, pur rifiutando il coinvolgimento delle cosiddette femministe borghesi.
Ma è nel 1908 alla Conferenza organizzata negli Stati Uniti dalla socialista Corinne Brown, - in disaccordo con quella esclusione - che viene istituito il «Woman’s Day», celebratosi poi il 23 febbraio del 1909, con lo scopo di ricordare annualmente e affrontare vere emergenze sociali, che vanno dallo sfruttamento dei datori di lavoro ai danni delle operaie alle discriminazioni sessuali, ma soprattutto il diritto di voto.
La leggenda relativa invece al rogo di una presunta fabbrica di camicie Cotton a New York, dove nel 1908 sarebbero morte centinaia di operaie, sembra inventato o liberamente tratto dall’incendio nella fabbrica di Triangle di New York, avvenuto il 25 marzo del 1911, in cui perdono la vita 146 lavoratori, di cui 123 donne, in gran parte giovani immigrate di origine italiana ed ebraica.
Da quel momento in avanti, le manifestazioni delle donne si moltiplicano ed estendono a tutti i paesi europei.
In Italia la Festa della Donna inizia ad essere celebrata nel 1922 su iniziativa del Partito Comunista Italiano. Nel 1944, l’Unione Donne Italia, per iniziativa di appartenenti al PCI, al PSI, al Partito d’Azione, alla Sinistra Cristiana e alla Democrazia del Lavoro, prende l’iniziativa di celebrare l’8 marzo 1945 la prima giornata della donna.
Nell’opinione pubblica la ricorrenza non penetra fino agli anni settanta, quando finisce per confluire con il movimento femminista: è cronaca quanto accade l’8 marzo 1972 nel corso della manifestazione della giornata della donna a Roma, che si tiene in piazza Campo de’ Fiori: si vuole ottenere la legalizzazione dell’aborto, il divorzio e la cosiddetta “liberazione sessuale”, interpretati come i nuovi diritti di cui ottenere il riconoscimento.
Ecco, probabilmente a partire da questo momento, la lotta politica non si conduce soltanto sul piano dei diritti individuali nei quali si esprime la disuguaglianza sociale (sfruttamento delle lavoratrici sul piano salariale e dell’orario di lavoro, tutela della madre lavoratrice, discriminazione sessuale nelle posizioni apicali) ma si sposta sul piano personale, facendo assurgere a diritto ciò che in realtà è una tragedia.
L’aborto, il divorzio, la libertà dalle relazioni affettive che si possono e devono scomporre e ricomporre secondo i desideri del momento, diventano i nuovi valori da difendere, i diritti di cui chiedere tutela.
A nessuno interessa offrire l’alternativa alla morte (del figlio che si porta in grembo e delle relazioni affettive travolte dalla separazione di una coppia).
Più facile e comodo, forse, fare acquisire alla donna una sorta di delirio di onnipotenza che la porta a negare il ruolo principale che la natura le ha assegnato: custodire e promuovere la vita.
Eppure sarebbe facile: penso al Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli a Milano, in cui una donna speciale di buona volontà, Paola Bonzi, accoglie donne smarrite e confuse e le aiuta a far nascere i loro bambini.
Ecco, oggi direi di festeggiare così. Ricordando donne come lei.
Il motto, orgogliosamente urlato dalle femministe degli anni settanta, “l’utero è mio e me lo gestisco io”, ha portato non solo alla legalizzazione dell’aborto, ma alla sua glorificazione come gesto attraverso il quale la donna esprime la propria libertà.
Nessuno la informa di quanto male stia recando anche a se stessa.
Questo è il brodo culturale, il falso mito del progresso, nel quale viviamo.
Ma non è finita qui, perché quel motto, oggi, legittima l’utero in affitto: chi siamo noi per dire alle donne come gestire il proprio utero, all’interno del quale il bambino cresce spesso grazie all’ovulo di un’altra donna?
Dalle amare riflessioni scambiate con l’amica e collega Maria Grazia Masella - avvocato matrimonialista e scrittrice, ma soprattutto donna di rara sensibilità - nasce il nostro modo alternativo di festeggiare la Giornata Internazionale della Donna: se il piano A è l’attivista che vuole diritti per tutti a danno degli indifesi e il piano B sono i festini, vi proponiamo di riflettere sul piano C.
L’idea è quella di sostenere una campagna volta a sollecitare di introdurre, nella Carta ONU del 1945, il divieto di ricorrere alla pratica della maternità surrogata, posto che nel preambolo si fa espresso riferimento all’impegno di “riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana” e nell’articolo 1 punto 3) si prosegue con i fini da perseguire, tra i quali “…promuovere ed incoraggiare il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti senza distinzioni di razza, di sesso, di lingua o di religione”.
Si possono considerare violati i diritti fondamentali della donna, che presta il proprio utero nella peggiore delle ipotesi perché mercificata, sfruttata e ridotta a mera incubatrice e, nel migliore dei casi, perché convinta di compiere una buona azione o che non ci sia niente di male a pagare il mutuo sulla casa grazie al compenso ottenuto dalla vendita del figlio?
Si possono considerare violati i diritti del fanciullo, nato e immediatamente ceduto o venduto dalla madre?
Secondo noi si.
Non basta tuttavia affermarlo. E’ necessario agire e sensibilizzare con argomenti tecnici e razionali nelle sedi più idonee.
Insieme a Maria Grazia Masella vi anticipiamo questa iniziativa e vi offriamo un modo alternativo di festeggiare la Giornata Internazionale della Donna, perché in questa battaglia ci sentiamo molto più vicine a tutte quelle donne che un giorno si sono alzate in piedi per chiedere di esistere come cittadine attraverso il diritto di votare.
Oggi si combatte contro tutti coloro che ci vogliono convincere che siamo più moderne se prestiamo l’utero all’amica sterile o all’amico omosessuale.
Non permettiamo ai falsi miti del progresso di mistificare la realtà e di distruggere la bellezza di essere donna. Oggi.


© http://www.lacrocequotidiano.it/ - 8 marzo 2016

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