Rassegna stampa etica

Lo Stato è laico la società no

babilonia 1di LLUÍS MARTINEZ SISTACH

Lo Stato è laico, ma la società non è e non può essere laica. In essa vi sono uomini e donne che sono credenti e non credenti, e coloro che hanno una religione e la vivono, la celebrano nel seno della convivenza sociale. Perché la persona è sociale per natura e vive anche la fede in mezzo alla società. Nelle nostre società dell’E u ro p a occidentale, possiamo domandarci se camminiamo verso una laicità della società. Il cardinale Ricard di Bordeaux, parlando di laicità afferma che da dieci anni almeno, in alcuni settori, vi è un trasferimento da una laicità dello Stato a una laicità della società. La sana laicità oggi riceve forti pressioni che hanno la loro origine in correnti molto diverse, ma che si possono combinare e rafforzare reciprocamente per andare a creare un clima culturale e sociale laicista, giacché la laicità della società è il laicismo. Queste correnti pretendono di eliminare la presenza della religione nella società. Vorrei sottolineare alcune di queste correnti che sostengono i gruppi sociali. Oggi si sostiene una laicità che è figlia della laicizzazione. Questa non è militante — a differenza di altre correnti — ma per il percorso degli eventi causati da una certa politica contribuisce a eliminare la sfera religiosa della società. Qui non si tratta di combattere o di lotta, ma semplicemente di ignoranza e di indifferenza verso la dimensione religiosa. Ciò significa un indebolimento della presenza sociale e pubblica delle religioni e della Chiesa. Questa laicizzazione della società si manifesta in molti modi da parte delle amministrazioni comunali, come il fatto di disporre di case parrocchiali quando i sacerdoti non le occupano, l’uso culturale delle chiese e dei luoghi di culto per concerti, mostre, spettacoli senza ben percepire la dimensione religiosa di questi luoghi, la soppressione delle cappelle degli ospedali e degli ospizi, il lavoro domenicale a beneficio degli interessi economici, ecc. In alcune società occidentali si verifica la laicizzazione dello spazio pubblico. Si tratta di una forma di laicismo che vuole confinare la dimensione religiosa nel dominio delle cose private, proibendo qualsiasi forma di espressione religiosa nello spazio pubblico. Molti dei nostri contemporanei non vogliono che la religione esprima con forza e convinzione militante le proprie convinzioni. Di qui il significato del termine “p ro s e l i t i - smo”, che deve essere respinto per mancanza di rispetto per la libertà. Ma non deve essere confuso con la possibilità di proporre la propria fede agli altri rispettando la loro libertà, giacché questo fa parte della libertà di espressione. Un’altra tendenza attuale si manifesta nella opposizione a prendere posizioni pubbliche nei confronti delle religioni. Ciò si riflette negli interventi pubblici dei responsabili della Chiesa che si pronunciano su contenuti e fatti della vita sociale e politica che hanno un ambito etico. Queste dichiarazioni sono considerate come un intervento indebito e che va contro la laicità. Ma la vera laicità ci garantisce piena libertà di offrire riflessione su questioni che toccano la dignità della persona umana e dei suoi diritti fondamentali. Come ogni associazione, la Chiesa ha il diritto di esprimere liberamente la sua riflessione; le corrisponde direttamente e fa parte della sua missione. C’è anche la tendenza a cambiare i giorni delle festività religiose. Può essere a causa di ostilità o l’indifferenza per la storia del Paese, che nel nostro occidente europeo è fortemente segnato dal cristianesimo. Può essere il risultato di voler dare a ogni religione la possibilità di celebrare le proprie festività religiose. Obbedisce anche a criteri economici della società. Ma senza dubbio, sullo sfondo c’è la convinzione da parte di alcuni gruppi di nascondere sistematicamente tutta una parte della storia e della cultura del Paese segnato dalla religione che vale per il presente e il futuro. Si dimentica l’importanza delle radici cristiane della nostra Europa occidentale che segnano positivamente la nostra identità, senza la quale non sapremmo chi siamo, con tutte le sue conseguenze negative. C’è anche la volontà di trasformare le feste religiose patronali in feste unicamente civili o eliminare gli atti religiosi dei programmi ufficiali delle feste che hanno le loro origini nella celebrazione religiosa. Nel farlo si sostiene che la religione è qualcosa di personale e privato, e se ne manifesta la aconfessionalità, negando alla religione la sua presenza pubblica nella società. Puro laicismo. A causa dell’immigrazione, ci sono state nei Paesi ospitanti reazioni sollevate dall’islam. In particolare la Francia, con la legge del 15 marzo 2004, vieta l’uso di segni che esprimono l’appartenenza a una religione nelle scuole pubbliche e nei licei pubblici. Tale disposizione può essere compresa se si viola l’ordine pubblico da parte di giovani innalzando segni religiosi visibili e provocatori. Se questo non è il caso, tale disposizione è vista come una violazione del diritto alla libertà religiosa. Come abbiamo detto, in questo modo la scuola pubblica si converte in un santuario dello Stato in cui le religioni non hanno posto. Sono interessanti le manifestazioni del presidente del Concistoro centrale degli ebrei in Francia, Joël Mergui: «Accordi di buon senso hanno sempre permesso agli ebrei di Francia di rispettare le tradizioni religiose. Ma si è perso quello spirito in nome di una radicalizzazione della laicità. Ora, se la laicità indurisce, gli ebrei saranno i grandi perdenti ». Voglio soffermarmi anche sul concetto che cerca di giustificare la non presenza delle autorità pubbliche alle celebrazioni religiose in nome e come requisito della aconfessionalità e laicità dello Stato. Quella presenza sembra per alcuni in contraddizione con la laicità dello Stato, o una situazione propria dello Stato confessionale. A questo proposito, ritengo che uno Stato laico con una laicità democratica, positiva e aperta, non vieta né contraddice che le autorità pubbliche credenti o non credenti possano partecipare alle celebrazioni re l i g i o s e . La laicità dello Stato è in sintonia con lo stile di vita della società, che è multi religiosa. Le autorità sono al servizio dei cittadini e dei gruppi, delle associazioni e delle istituzioni della società. La loro presenza in un atto religioso che è apprezzato e partecipato da cittadini di una religione è un’altra manifestazione del rispetto e della stima che l’autorità pubblica deve ai suoi cittadini e del suo desiderio di partecipare a ciò che i cittadini di una religione amano celebrare. È davvero bello vedere i rappresentanti del popolo alle manifestazioni culturali, religiose e sociali che i cittadini considerano, organizzano e celebrano. Il caso più evidente si ha nelle celebrazioni religiose dei festeggiamenti patronali delle città e dei paesi. La presenza delle autorità in tali atti è una presenza solidale, in particolare con i cattolici locali, ed è espressione del rispetto che hanno per i cittadini che celebrano la loro festa patronale e anche il riconoscimento delle autorità per la partecipazione di questi cittadini e della loro religione nei lavori della società, nella collaborazione alla realizzazione del bene comune. Gli atti e le celebrazioni religiose sono azioni esercitate dai cittadini in virtù del loro diritto fondamentale alla libertà religiosa e di aiuto nella realizzazione della loro persona e della sua partecipazione al bene comune della società. Si pensi, per esempio, al servizio fornito dalla Caritas e dalle parrocchie, senza dimenticare le congregazioni religiose, a tante persone in difficoltà, soprattutto in considerazione delle gravi conseguenze della crisi economica. L'espressione pubblica e sociale della fede forma parte del diritto del credente. Ciò deve essere possibile, in ogni società, perché una società democratica è una società pluralista in cui, nel rispetto dell’ordine stabilito, si possono manifestare tutte le espressioni pubbliche della religione. Qui conviene ripetere che lo Stato è laico ma la società non lo è. La società ha una missione: permettere alle religioni di apportare tutta la loro ricchezza spirituale e umana e arricchire in questo modo la vita sociale. In una società democratica, la laicità ben compresa permette la comunicazione tra le diverse tradizioni spirituali e religiose della società, e questo deve interessare molto le autorità che cercano il bene comune. Giovanni Paolo II, nel suo discorso al corpo diplomatico, del 12 gennaio 2004, ha detto che «le comunità di credenti sono presenti in tutte le società, espressione della dimensione religiosa della persona umana. I credenti si aspettano dunque legittimamente di poter partecipare al dibattito pubblico. Purtroppo bisogna osservare che non è sempre così. In alcuni Paesi europei siamo testimoni, in questi ultimi tempi, di un atteggiamento che potrebbe mettere in pericolo il rispetto effettivo della libertà di religione ». La Chiesa non è e non pretende essere un agente politico, ma ha un interesse profondo per il bene della comunità politica, la cui anima è la giustizia, e offre due livelli nel suo contributo specifico. Infatti, la fede cristiana purifica la ragione e l’aiuta a essere quello che deve essere. La Chiesa deve assumersi positivamente tutta la sua missione evangelizzatrice di fronte a qualsiasi posizione puramente “difensiva” interna alla Chiesa o extra-ecclesiale “p ro i b i t i v a ”, sia nelle cose riguardanti l’annuncio della fede del Vangelo, che nella capacità di trasmettere alla società civile uno “spirito” che possa renderla più umana. Certamente il pieno riconoscimento della vera sfera religiosa è assolutamente vitale per una corretta e fruttuosa presenza della Chiesa nella società. Come abbiamo detto, la dimensione religiosa va oltre gli atti tipici della predicazione e del culto; si ripercuote e si esprime per sua natura nel vissuto morale e umano, che è efficace nei campi dell’istruzione, della vita sociale, del matrimonio, della famiglia e della cultura. Tutto questo, insistiamo, presuppone una accettazione, riconosciuta giuridicamente del suo significato pubblico.

© Osservatore Romano - 10 febbraio 2016


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