Senza nome

Essere mondani significa perdere il proprio nome fino ad avere gli occhi dell’anima «oscurati», anestetizzati, tanto da non vedere più le persone che ci stanno intorno. È da questo «peccato» che Francesco ha messo in guardia nella messa celebrata giovedì mattina, 5 marzo, a Santa Marta. «La liturgia quaresimale di oggi ci propone due storie, due giudizi e tre nomi» ha subito fatto notare Francesco. Le «due storie» sono quelle della parabola del ricco e del mendicante Lazzaro, narrata da Luca (16, 19-31).
 

Bellezza del realismo

di PIETRO MESSA

Nel 1406 a Nizza, Coletta di Corbie (1381-1447) non solo fece la sua professione nell’Ordine delle clarisse, ma ricevette da Benedetto XIII il permesso di iniziare quella che diventerà la riforma collettina, ossia una delle pagine più belle della storia della Chiesa e, in generale, della cultura francese. Tale attività di riforma troverà la sua formulazione nelle Costituzioni scritte da Coletta che si caratterizzano per una chiara e precisa struttura istituzionale, con regolamenti minuziosi inerenti tutti gli aspetti della vita monastica. La diversità tra la dimensione spirituale della regola di Chiara d’Assisi e la dimensione propriamente giuridica delle Costituzioni di Coletta è più che evidente: qualcuno ha voluto vederne la causa non solo nella volontà della riformatrice francese di assicurare alla sua riforma una durata nel tempo onde essere efficace, ma anche di rispondere a un periodo di decadenza mediante il connubio della forza dell’istituzione con la carità. Nella sua opera di riforma Coletta ebbe l’appoggio — da lei accolto e, in alcuni casi, anche cercato — di persone facoltose, come i nobili locali delle città in cui venivano edificati i monasteri.
 

Quando il Signore esagera

Continuano — seguendo la quotidiana liturgia della parola — le riflessioni di Papa Francesco sul tema della conversione. Dopo l’invito di lunedì «ad accusare noi stessi, a dirci la verità su noi stessi, a non truccarci l’anima per convincere che siamo più buoni di quello che realmente siamo», nella messa celebrata martedì 3 marzo a Santa Marta, il Pontefice ha approfondito «il messaggio della Chiesa» che «oggi si può riassumere in tre parole: l’invito, il dono e la “finta”».
 
A cura di P. Pietro Messa, ofm

Gli anni successivi fra Tommaso da Olera si assentò spesso da Rovereto per vari incarichi
assegnatigli dal suo Ordine, fino al suo trasferimento definitivo nel 1619 nel convento di Innsbruck, su richiesta del reggente del Tirolo Leopoldo V. Il frate si congedò da Bernardina [che da clarissa prenderà il nome di suor Maria Giovanna della Croce] dicendole, quasi sorridendo, che non sarebbe passato molto tempo che avrebbe data piena libertà al suo Sposo di fare la sua volontà. In realtà momentaneamente la partenza di Tommaso fece tirare un sospiro di sollievo a Bernardina, ma la sua consolazione durò
poco, perché Dio giorno e notte non restava di battere al suo perfido cuore.
Ed ecco giungere quel giorno nella vigna dietro al castello di Rovereto. Bernardina
inizialmente rifiutò di entrarci. Aveva saputo, con non poca rabbia da parte sua, che era presente Cordula Cosma, una delle figlie spirituali di fra Tommaso, che aveva da parte del frate l’incarico di esortarla ad abbracciare la volontà di Dio.
Le sue compagne insistettero con lei, che si lasciò convincere, ma, una volta entrata, avvertì come una ferita nel cuore. Così ricordò molti anni dopo ciò che avvenne nel suo intimo: O grandezza della divina carità e profondezza della divina misericordia! All’ora che meritava che l’inferno si aprisse per ricevere la perversa e ingrata anima mia, ecco che si aprirono le viscere della divina carità del mio amabilissimo Signore, poiché entrata in tal campo, si commosse di tal maniera il mio durissimo cuore che tutto si risolse in un fiume di lacrime. E vedendo quella serva di Dio corsi con le braccia aperte da lei. Fu la resa incondizionata a quel Signore che da anni batteva alle porte del suo cuore. Da allora ogni suo desiderio si sarebbe rivolto a servire Dio in una nuova vita.


Da: Barbara Veronica Salamon, Venerabile Giovanna Maria della Croce, Velar, Gorle 2014.

Altre informazioni in https://sites.google.com/site/monasteroborgovalsugana/home
 

Vergogna e misericordia

La capacità di vergognarsi e accusare se stessi, senza scaricare la colpa sempre sugli altri per giudicarli e condannarli, è il primo passo sulla strada della vita cristiana che conduce a chiedere al Signore il dono la misericordia. È questo l’esame di coscienza suggerito dal Papa nella messa celebrata lunedì 2 marzo, nella cappella della Casa Santa Marta. Per la sua riflessione Francesco ha preso le mosse dalla prima lettura, tratta dal libro di Daniele (9, 410). C’è, ha spiegato, «il popolo di Dio» che «chiede perdono, ma non è un perdono di parola: questo chiedere perdono è un perdono che viene dal cuore perché il popolo si sente peccatore». E il popolo «non si sente peccatore in teoria — perché noi tutti possiamo dire “siamo tutti peccatori”, è vero, è una verità: tutti qui! — ma davanti al Signore dice le cose cattive che ha fatto e quello che non ha fatto di buono».
 

Come essere lievito

di GEORGE FRANCIS MC LEAN

Il fenomeno generale della progressiva secolarizzazione degli ultimi quattrocento anni deve essere visto sotto diverse prospettive: anzitutto quella dei vasti processi umani della reazione della Riforma contro la gerarchia e della corrispondente affermazione dell’autenticità individuale e dell’uguaglianza. Poi quella della scissione illuminista fra la ragione umana e l’influenza unitiva della saggezza e della fede. Infine, quella della democrazia e della libertà nel valutare e guidare l’azione.
 

Convertirsi credendo

Per vivere «la gioia del Vangelo» occorre «convertirsi credendo» e respirare lo Spirito Santo a pieni polmoni. Sono le immagini scelte dal cappuccino Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia, nella prima predica di quaresima, tenuta nella cappella Redemptoris Mater del Palazzo apostolico la mattina di venerdì 27 febbraio. A fare da filo conduttore alla riflessione è stata l’esortazione Evangelii gaudium di Papa Francesco, con i suoi «tre poli di interesse» intrecciati tra loro: «il soggetto, l’oggetto e il metodo della evangelizzazione». Insomma, «chi deve evangelizzare, cosa si deve evangelizzare, come si deve evangelizzare».
 
Conclusi ad Ariccia gli esercizi spirituali della Curia romana

«Tradizione è conservare il fuoco, non adorare le ceneri»: non attinge alla Bibbia, ma a una frase del compositore Gustav Mahler la conclusione degli esercizi spirituali per il Papa e la Curia romana guidati ad Ariccia da padre Bruno Secondin. Il predicatore carmelitano ha voluto così — richiamando l’immagine del fuoco tanto vicina alla figura del profeta Elia — invitare tutti, tornando ai normali impegni quotidiani, a essere «esploratori di sentieri di novità per sé e per gli altri», a raccogliere il mantello di Elia, la sua eredità, e a «uscire verso le frontiere» diventando «profeti di fraternità». La meditazione di padre Secondin si è tenuta nella mattina di venerdì 27 febbraio.
 

Ritorna sui tuoi passi

Che fai qui? Cosa cerchi? Ti lasci sorprendere da Dio? E ancora: vuoi capire dove vuoi andare? Allora «ritorna sui tuoi passi». Si è aperta all’insegna di domande e inviti rivolti dritti al cuore dei presenti la quarta giornata degli esercizi spirituali quaresimali per il Papa e la Curia romana, in corso nella casa Divin Maestro dei religiosi paolini ad Ariccia. Il carmelitano Bruno Secondin ha disseminato queste sollecitazioni nella prima meditazione di mercoledì 25 febbraio che, dopo le riflessioni dedicate a recuperare la propria verità interiore e la libertà di adesione alla proposta di Dio, ha aperto al cammino verso quella proposta.
 

Vorrei che il mondo vi invidiasse

L’arcivescovo Montini e le religiose

di FEDERICA MAVERI

Tra i primi gesti legati al magistero episcopale, il 21 gennaio 1955, Montini convocò a Milano in duomo tutte le religiose, per intraprendere con loro un percorso, scandito da quello che sarebbe divenuto un appuntamento annuale. Attraverso questi significativi incontri in duomo l’arcivescovo sviluppava, come nota Giselda Adornato, una «catechesi sistematica vera e propria sulla vita consacrata». Significativamente gli incontri (a parte il primo) si svolgevano l’11 febbraio, festa della Madonna di Lourdes: Montini indicava in Maria il modello femminile e accostava la vocazione e la stessa figura della Madre di Dio a quella delle religiose, chiamandole le «Madonne di oggi». Le religiose della diocesi, invitate annualmente dall’arcivescovo a uscire dal proprio convento per recarsi nella cattedrale, erano chiamate a esprimere — spiegava Montini — anche fisicamente l’originaria appartenenza alla «madre Chiesa», quale «comune denominatore» che le rendeva tutte «sorelle». Infatti tra le prime preoccupazioni dell’arcivescovo vi era quella di combattere il rischio dell’isolamento, dell’autoreferenzialità, degli ordini religiosi femminili.
 
© www.uccronline.it - 24 febbraio 2015

“Sono cresciuto odiando Pio XII, poi ho scoperto che era un eroe”. A parlare così è l’ebreo Gary Krupp, fondatore della “Pave the Way Fondation”. Lo studioso ha infatti raccontato di come considerasse il pontefice un “collaboratore di Hitler”, ma poi dopo aver appreso la notizia che il Fuhrer era intenzionato ad invadere il Vaticano e a fare prigioniero Pio XII, cominciò a consultare diversi archivi scoprendo come gli ebrei dell’epoca nutrissero verso la Chiesa profonda gratitudine nei confronti della sua azione contro le politiche razziali. Grazie allo studio di molti storici (Michael Hesemann, William Doino, Ronald Rychlak…), infatti, si sono scoperte molte attività di Pio XII a favore degli ebrei come l’invio di denaro a favore dei perseguitati o l’aiuto a nascondersi all’interno delle stesse mura vaticane. Uno di questi interventi lo si può vedere durante la razzia del ghetto di Roma nell’ottobre del ’43: in quell’occasione il pontefice inviò suo nipote, Carlo Pacelli, dal vescovo Alois Hudal, prelato malvisto nella curia per le sue simpatie tedesche e che nel dopoguerra aiuterà a far scappare alcuni criminali nazisti, affinché facesse pressioni al generale Reiner Stahel per fare fermare le deportazioni.
 

Giù la maschera

Per intraprendere un corretto cammino quaresimale di conversione occorre innanzitutto riscoprire la «verità più profonda di noi stessi, uscire allo scoperto» e «toglierci ogni maschera, ogni ambiguità». Con questo forte richiamo a riprendere con sincerità in mano la propria storia il carmelitano Bruno Secondin ha concluso, nella meditazione pomeridiana di lunedì 23 febbraio, la riflessione della seconda giornata degli esercizi spirituali quaresimali in corso ad Ariccia per il Papa e la Curia romana. Seguendo l’esperienza di Elia descritta dalle Scritture, il predicatore ha messo a confronto la «clandestinità» dalla quale il profeta venne chiamato dal Signore a uscire, con quella clandestinità nella quale spesso ci si nasconde e che molte volte viene mascherata da una religiosità solo esteriore, priva del coraggio della verità. Base della riflessione del predicatore è stato il capitolo 18 del primo libro dei Re, con il popolo d’Israele e il re Acab fiaccati dalla lunga carestia provocata dal culto idolatrico a Baal e con Elia chiamato dal Signore a presentarsi ad Acab per ricondurlo sulla retta via. Non è stata una lettura continuativa ma un richiamare scene, personaggi che possono illuminare la meditazione personale e diventare per ognuno provocazioni, richiami, suggerimenti. Filo conduttore è stato l’«uscire allo scoperto», il liberarsi dalle «ambiguità» e avere il «coraggio» di una vita autenticamente cristiana.
 

Per poter salire a vederlo in cielo

di MANUEL NIN

Il corpus innografico di sant’E f re m il Siro contiene numerose strofe con riferimenti al profeta Elia, a partire dalla sua vita e dagli eventi miracolosi che l’hanno segnata fino alla sua ascensione in cielo. Efrem presenta Elia come uomo dell’ascesi, del digiuno, della preghiera, profeta che prefigura Cristo stesso dalla sua incarnazione, e la sua ascensione in cielo. Lungo la sua vita Elia diventa il prototipo di Cristo: «Il Signore fece dell’aria come il proprio carro, e il suo corpo fu per esso come il cocchiere. Come un carro l’aria farà volare i giusti incontro al suo Signore. Discese un carro su Elia: si librava scendendo senza cocchiere.
 

Come si diventa coraggiosi

di CORRADO MAGGIONI

«Noi dobbiamo diventare cristiani coraggiosi». Ecco il programma tracciato da Papa Francesco sulla prima pagina del tascabile donato ai fedeli raccolti in piazza San Pietro per l’Angelus nella prima domenica di Quaresima. Sì, ma come si diventa coraggiosi? Partendo dal cuore. Infatti l’etimologia insegna che coraggio viene dal latino c o r , il cuore appunto. È dunque un’azione del cuore il coraggio. Non a caso le trenta pagine del tascabile hanno per titolo «Custodisci il cuore».
 

L'avvenimento della Bellezza

Il nucleo del Cristianesimo è l'avvenimento della presenza.
La grande arte della Chiesa è dalla teologia del cosmo alla teologia della storia. Dal reperire la presenza di Dio nei segni del creato al riconoscer che in Gesù di Nazareth, Signore e Cristo, c'è ed abita la pienezza della Divinità.
Oggi talune realizzazioni moderne non tengono conto né della teologia della storia né della teologia del cosmo. Ma sembrano mere traduzioni urbanistiche.

"In Gesù, come soleva dire san Bonaventura, contempliamo la bellezza e il fulgore delle origini.(106) Tale attributo cui facciamo riferimento non è mero estetismo, ma modalità con cui la verità dell'amore di Dio in Cristo ci raggiunge, ci affascina e ci rapisce, facendoci uscire da noi stessi e attraendoci così verso la nostra vera vocazione: l'amore.(107) Già nella creazione Dio si lascia intravedere nella bellezza e nell'armonia del cosmo (cfr Sap 13,5; Rm 1,19-20). Nell'Antico Testamento poi troviamo ampi segni del fulgore della potenza di Dio, che si manifesta con la sua gloria attraverso i prodigi operati in mezzo al popolo eletto (cfr Es 14; 16,10; 24,12-18; Nm 14,20-23). Nel Nuovo Testamento si compie definitivamente questa epifania di bellezza nella rivelazione di Dio in Gesù Cristo: (108) Egli è la piena manifestazione della gloria divina. Nella glorificazione del Figlio risplende e si comunica la gloria del Padre (cfr Gv 1,14; 8,54; 12,28; 17,1). Tuttavia, questa bellezza non è una semplice armonia di forme; « il più bello tra i figli dell'uomo » (Sal 45 [44],3) è anche misteriosamente colui che « non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi » (Is 53,2). Gesù Cristo ci mostra come la verità dell'amore sa trasfigurare anche l'oscuro mistero della morte nella luce irradiante della risurrezione. Qui il fulgore della gloria di Dio supera ogni bellezza intramondana. La vera bellezza è l'amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel Mistero pasquale." (Sacramentum Caritatis 35)

 

Digiuno dall’ingiustizia

«Usare Dio per coprire l’ingiustizia è un peccato gravissimo». Il severo monito contro le iniquità sociali, soprattutto quelle provocate da quanti sfruttano i lavoratori, è stato pronunciato da Papa Francesco durante la messa celebrata venerdì mattina, 20 febbraio, nella cappella di Santa Marta. Il Pontefice ha preso spunto dalla preghiera con cui all’inizio del rito è stata elevata al Signore la richiesta «di accompagnarci in questo cammino quaresimale, perché l’osservanza esteriore corrisponda a un profondo rinnovamento dello Spirito».
 

Come al tempo di Noè

di SANTO MARCIANÒ *

C’è un tempo della storia in cui, dice la Bibbia, Dio «si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra» ( Genesi 6, 6). Forse conosciamo poco queste parole della Genesi ma conosciamo certamente l’episodio a esse legato: il cosiddetto “diluvio universale”. È davvero terribile: Dio, il Creatore! Lui, spinto da un amore irrefrenabile a creare ogni creatura; Lui, Onnipotente eppure povero d’amore davanti all’uomo; Lui che non sa stare senza gli uomini, senza ciascuno di noi. Lui si pente di aver creato l’uomo! Cosa può essere successo di tanto irreparabile? «Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre» ( Genesi 6, 5).
 

Fermarsi e scegliere

2015-02-19 L’Osservatore Romano

Nella fretta della vita bisogna avere il coraggio di fermarsi e di scegliere. E il tempo quaresimale serve proprio a questo. Nella messa celebrata a stamattina, 19 febbraio, a Santa Marta, Papa Francesco ha posto l’accento sulla necessità di porsi quelle domande che sono importanti per la vita dei cristiani e di saper fare le scelte giuste.
 

Poco e bene

di JORGE MARIO BERGOGLIO

Nella Chiesa odierna molti vescovi, sacerdoti e laici sentono l’esigenza che sia data una maggiore attenzione all’aspetto per così dire contemplativo della celebrazione liturgica, cioè a quella dimensione di interiorità che aprirebbe la mente e il cuore al mistero celebrato, che è Cristo nostra Pasqua. Questa sensibilità si esprime in diverse maniere secondo le circostanze, i luoghi, le generazioni e i gusti. C’è chi sostiene che bisognerebbe insistere sul ripristino di una celebrazione realizzata secondo il modello ideale dei secoli addietro; e chi parla, invece, di inculturazione della liturgia nei differenti contesti sociali.
 
www.uccronline.it - 18 febbraio 2015

Il 17 febbraio scorso alcuni hanno celebrato l’anniversario della morte sul rogo di Giordano Bruno in piazza Campo de’ Fiori, un episodio (si veda Sergio Luzzato, già noto per le sue crociate contro il crocifisso appeso ai muri dei luoghi pubblici) che sarebbe l’emblema della tirannia della Chiesa sul libero pensiero. Eppure chi ha studiato per quasi quarant’anni le carte del processo, come il celebre e laicissimo storico Luigi Firpo, filosofo del diritto e della morale, ha spiegato che questa lettura degli eventi è storicamente infondata. La vicenda di Bruno fa parte della retorica anticlericale da parecchio tempo ma è molto più complessa per essere liquidata secondo i facili schemi ideologici, senza contestualizzare i fatti nell’intricato groviglio di problematiche storiche, politiche, teologiche, filosofiche, scientifiche, epistemologiche, giuridiche di allora.
 
A cura di P. Pietro Messa, ofm

In natura si passa dal fuoco alla cenere, ma nella liturgia è dalla cenere d’inizio Quaresima che si passa al fuoco della Veglia pasquale! Questa consapevolezza fa rileggere con speranza quanto Romano Guardini scrisse ne I santi segni a proposito della cenere quaresimale. ***
 

La forza del nome

di MANUEL NIN
Un pomeriggio, passeggiando per Roma, cercavo delle bancarelle di fiorai. Da sempre amo i cactus, queste piante belle e sobrie, portate a una vita quasi ascetica tra la sabbia del deserto, piante austere anche nella fioritura: rari e pochissimi fiori ma di una bellezza unica. La ricerca mi portò quasi per caso da un fioraio dai tratti medio-orientali. Mi accorsi che portava tatuata sul dorso della mano una piccola croce e gli chiesi se era cristiano.
 
Tutti noi siamo capaci di fare del bene, ma anche di distruggere quanto Dio ha fatto. E’ quanto affermato da Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Papa, soffermandosi sulla prima Lettura che narra del diluvio universale, ha osservato che l’uomo è perfino capace di distruggere la fraternità e da qui nascono guerre e divisioni. Quindi, ha duramente condannato quegli “imprenditori di morte” che vendono armi a Paesi in conflitto perché la guerra possa continuare. Il servizio di Alessandro Gisotti:
 
Attorno all’anno 330 l’imperatore Costantino scriveva al vescovo Eusebio di Cesarea invitandolo a provvedere «a far trascrivere da copisti esperti e ben esercitati in questa tecnica cinquanta volumi delle Sacre Scritture, in pergamena finemente lavorata, che siano maneggevoli e di facile consultazione». Aggiungeva quanto l’allestimento e l’utilizzo di quei volumi sarebbero stati «indispensabili per la Chiesa»; assicurava inoltre di aver già dato indicazioni al responsabile generale dell’amministrazione perché si impegnasse a procurare quanto occorreva alla trascrizione di quei testi; autorizzava infine Eusebio a servirsi di due carri della posta pubblica per mandare a Costantino i volumi una volta confezionati.

 

Due carte d’identità

Per conoscere la nostra vera identità non possiamo essere «cristiani seduti» ma dobbiamo avere il «coraggio di metterci sempre in cammino per cercare il volto del Signore», perché noi siamo «immagine di Dio». Nella messa celebrata a Santa Marta martedì 10 febbraio, Papa Francesco, commentando la prima lettura liturgica — il racconto della creazione nel libro della Genesi (1, 20 2, 4) — ha riflettuto su una domanda essenziale per ogni persona: «Chi sono io?».
 
Si intitola “Direttorio Omiletico” il documento presentato oggi in Sala Stampa Vaticana, preparato dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. Si tratta di 156 pagine nate per essere un aiuto ai sacerdoti nelle loro omelie. Un lavoro fortemente voluto da Papa Francesco. Ce ne parla Benedetta Capelli:
 
Il Centro Studi Santa Rosa (https://it-it.facebook.com/CSSRV) è lieto di annunziare che l'11 febbraio 2015, alle ore 12.30 si terrà la conferenza stampa di presentazione del Tavolo Progettuale Europeo "La Vie en Rose", a Viterbo presso la Sala Consiliare in Via Filippo Ascenzi, 1.
 
A Greccio, 8-9 maggio 2015 presso l'Oasi Gesù Bambino, presso il Santuario francescano di Greccio (Rieti).
 
I cristiani sono chiamati a custodire il Creato. E’ quanto sottolineato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice si è quindi soffermato sulla “seconda creazione”, quella operata da Gesù che ha “ri-creato” ciò che era stato rovinato dal peccato. Il servizio di Alessandro Gisotti: