Rassegna stampa formazione e catechesi

Andrei Scrima e il cammino verso l’unità

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Un uomo dello Spirito, un intellettuale sorprendente, un teologo della grande tradizione esicasta: così appariva padre Andrei Scrima (1925-2000) agli occhi dei suoi interlocutori, che non furono pochi negli anni del concilio Vaticano II. Quando incontrò Atenagora, patriarca ecumenico di Costantinopoli, Scrima non aveva ancora compiuto 40 anni, disponendo però di un’esperienza di vita a misura delle sue doti eccezionali. In Romania era stato giovane brillante, con studi di filosofia, medicina e matematica, compiuti nel dopoguerra. Tramite i suoi professori entrò in contatto a Bucarest con note figure della spiritualità ortodossa e con intellettuali, divenendo partecipe dell’avvento filocalico nella teologia romena.
Decise di entrare nel monachesimo in anni terribili, seguiti all’instaurazione del comunismo. Nel novembre 1956 davanti a Scrima si aprì l’orizzonte di una vita nuova, una successione di momenti e di incontri che lo condussero, in un viaggio verso l’India (per approfondire i suoi studi del sanscrito), prima a Ginevra, dove incontrerà il domenicano Christophe Dumont, direttore della rivista «Istina», e in seguito a Parigi dove farà amicizia con Louis Bouyer, Marie-Dominique Chenu, Yves Congar e con altri pionieri dell’ecumenismo e ispiratori del concilio Vaticano II. Dopo l’India e il Monte Athos avverrà il grande incontro con Atenagora. Quando Olivier Clément pubblicava i suoi dialoghi con il patriarca, nel 1969, Scrima aveva già avuto un ruolo essenziale nella comunicazione fraterna tra Atenagora e Papa Paolo VI e aveva già formulato in varie occasioni la sua visione, che rispecchiava e sviluppava quella del patriarca, nell’ambito del concilio. Padre Scrima (osservatore personale di Atenagora al Vaticano II) situava l’ecumenismo al centro della problematica della tradizione intesa come espressione dell’opera dello Spirito santo nel corpo della Chiesa. Perché non l’accomodarsi di due tradizioni, una orientale e l’altra occidentale, costituisce la meta degli incontri e del dialogo teologico, bensì l’apertura. Perché la Chiesa, «nel suo essere e nella sua realtà », resta una, nonostante la separazione, e la diversità della riflessione e delle forme della fede cristiana diventa testimonianza dell’unità di ispirazione e di orizzonte escatologico. Per Scrima, conoscere la storia degli scismi e dei ritorni alla comunione, analizzare in maniera sociologica il corpo diviso della Chiesa non concede accesso immediato alla realtà mistica della sua unità. È appunto ciò che può succedere anche con il dialogo ecumenico: un’urgenza sentita ugualmente da fedeli e da teologi, che non sempre tocca il suo fondamento, «non morde della sostanza stessa delle realtà ecclesiali, non procede verso l’unità, non l’accelera, anche se, certo, segna un successo sul piano umano e cristiano ». L’unità non è nell’essere ricostituita o ricomposta ma rappresenta «il rovescio visibile del mistero dell’essere nuovo, della nostra unione con Cristo». Durante le sue conferenze affermava che «dobbiamo vedere il problema, e anche il dolore dell’unità, alla luce del mistero pasquale». Affinché «tutti siano uno» c’è bisogno di un’«ascesi del dialogo», di una rinuncia alla tentazione di convertire l’altro alla propria posizione; c’è bisogno di percorrere una via della «sofferenza creatrice», una sofferenza della separazione e allo stesso tempo della riscoperta del fratello. Nei testi di padre Andrei Scrima le tipologie Oriente-Occidente sono trasferite dallo spazio della tensione polemica in quello della scoperta progressiva della complementarità radicale tra ortodossia e cattolicesimo come due “mo di” o “forme organiche di una stessa successione apostolica”. L’O riente e l’Occidente si sono definiti ecclesiologicamente per disgiunzione, ancor prima della dichiarazione dello scisma, e sono caduti nella tentazione di smascherare unilateralmente il tradimento dell’unità. Perciò si impone un’anamnesi che non consenta più alle Chiese di bloccarsi in una disputa storica, di non smarrirsi più nel labirinto del disaccordo, bensì di toccare la consapevolezza che l’unità non si deve tanto creare (o rifare), quanto attualizzare. Tra ortodossi e cattolici c’è bisogno, prima di tutto, di una verifica profonda di ciò che esiste in comune e non rappresenta un termine medio, una forma di compromesso dottrinale e istituzionale, ma proprio il nocciolo di un’unità persistente anche nelle circostanze della separazione di secoli: «L’unità non può essere il risultato di una tattica o di una benevolenza comune, bensì il riconoscimento e l’assimilazione di un mistero, la riscoperta dell’a l t ro dentro di noi, come l’altra metà del corpo mistico». L’idea di padre Scrima è di interpretare tutta la storia della separazione e del riavvicinamento tra le Chiese nei termini di una dialettica dell’alterità, il che delinea una visione sull’ecumenismo come terapeutica spirituale della memoria cristiana. Ciò significherebbe uno sforzo per la riscoperta dell’altro nella stessa persona di chi pratica la riscoperta; un passaggio dall’identificazione dell’altro quale radicale estraneo alla presenza intima dell’altro quale alterità propria a chi scopre se stesso. Tra le due Chiese, l’unità deve essere attualizzata, ciò che significa «vivere insieme, nuovamente, la realtà della Chiesa». In questa interpretazione del dialogo ecumenico, la piena e visibile comunione sarà un riconoscimento dell’unità profonda, un nuovo incontro, un ritorno alla co-presenza, donde anche l’importanza simbolica peculiare dell’i n c o n t ro tra i capi delle Chiese. In altre parole, l’unità della Chiesa è precedente, più profonda e più resistente della separazione, per quanto dura essa fosse, e richiede «uno sforzo di purificazione della mente e del cuore», un “ecumenismo dei contemplativi”. La visione di padre Scrima ha, teologicamente, tutti i tratti classici della posizione ortodossa nel dialogo ecumenico. Ciò che la distingue da altre voci ortodosse è la capacità di trasformare i punti nodali di una disputa storica in centri di irradiazione. La soluzione della crisi prolungata e percepita come stato di fatto “normale” nella Chiesa è piuttosto un superamento della situazione storica dalla prospettiva dell’anteriorità dell’unità della Chiesa e dell’esigenza dell’appartenenza all’unico Corpo di Cristo. «L’ecumenismo è un problema di vita spirituale », che allude all’intera comunità dei credenti e non soltanto a una minoranza di studiosi.

*Ambasciatore di Romania presso la Santa Sede

© Osservatore Romano - 25 - 26 gennaio 2016

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