Rassegna stampa formazione e catechesi

Dono impegno e traguardo

creazione1di MARIA VOCE*

Quando, nel 1981, Chiara Lubich ci ha donato due conversazioni sull’unità, che poi sono state pubblicate nel libro L’unità e Gesù Abbandonato, era partita da uno sguardo sul mondo. Osservando le molteplici tensioni che in quel momento lo attraversavano, sottolineava che, nonostante tutto, il mondo tendeva all’unità. È un segno dei tempi, aveva detto allora e aveva ribadito: «L’unità è il punto in cui tutto confluisce e da cui tutto deve partire», e ci aveva esortati a puntare il nostro sguardo sull’unico Padre di tanti figli, perché Gesù vuole questo; lui ci ha insegnato «a esser figli d’un solo Padre e a esser fratelli gli uni gli altri».
Guardando il mondo di oggi, rispetto ad allora, al 1981, alcune tensioni sono state superate, risanate. Si pensi, per esempio, alla caduta del muro di Berlino, a qualche tensione fra Est e Ovest che si è sanata. Però è anche vero che altre tensioni sono apparse all’orizzonte, e talvolta in modo drammatico come stiamo constatando tutti. Assistiamo quasi impotenti a situazioni di guerre in numerosi punti della terra, a continue migrazioni di interi popoli che interpellano le nostre coscienze, a fenomeni sempre più frequenti di intolleranza religiosa e razziale, e potremmo continuare. Quando nell’aprile 2015 sono stata all’Onu, ho sentito la responsabilità di dire che i conflitti nazionali e internazionali e le profonde divisioni che registriamo su scala mondiale richiedono una vera conversione nei fatti e nelle scelte per poter edificare quella fraternità universale, che tutti desiderano e che appare l’unica vera soluzione ai problemi della convivenza nel mondo di oggi. L’ho detto ai grandi della terra riuniti all’Onu, ma mi sembra che a questa conversione dei cuori siamo chiamati prima di tutto noi, cristiani, e noi del movimento dei Focolari, che abbiamo come nostra specifica vocazione quella di concorrere a realizzare la preghiera di Gesù: «Padre, che tutti siano uno» (Giovanni, 17, 21). Lo esige la fedeltà al Vangelo, al nostro carisma, alla prima intuizione che Chiara esprimeva così fin dal 1946: «Nel nostro cuore una cosa è chiara: l’unità è ciò che Dio vuole da noi. Noi viviamo per essere uno con Lui e uno fra noi e con tutti. Questa splendida vocazione ci lega al Cielo e ci immerge nella fraternità universale. Niente di più grande. Per noi, nessun ideale supera questo ». In queste poche battute c’è già la consapevolezza che l’unità, dono inestimabile di Dio, richiede il nostro impegno e ci indica un traguardo: vivere come in Cielo così in terra, cioè portare sulla terra — p ro p r i o su questa terra così martoriata — la vita del Cielo. Tre importanti prospettive, dunque, emergono da questo primo sguardo: l’unità come dono, l’unità come impegno, l’unità come traguardo. Ciascuna però inscindibilmente legate alle altre. Prima di tutto l’unità come dono. Noi con le nostre forze non siamo capaci di realizzare l’unità. L’unità è opera essenzialmente di Dio, soltanto di Dio. In occasione della Giornata di unità cristiana, celebratasi a Phoenix, negli Stati Uniti, il 23 maggio 2015, Papa Francesco nel suo messaggio ha sottolineato la necessità di chiedere «la grazia dell’unità». Quella unità che inizia «suggellata da un solo Battesimo che tutti noi abbiamo ricevuto», quell’unità che «stiamo cercando uniti nel cammino». «L’unità spirituale della preghiera gli uni per gli altri. L’unità del lavoro comune nell’aiutare i fratelli, tutti coloro che credono nella sovranità di Cristo». E, dopo aver dolorosamente constatato che «la divisione è una ferita nel corpo della Chiesa di Cristo», ha esortato caldamente a chiedere che il Padre invii lo Spirito di Gesù, lo Spirito Santo, e conceda la grazia che tutti siano uno, «perché il mondo creda». Va in questo senso, credo, anche il desiderio espresso da molti che presto si possa stabilire una data unica per la Pasqua comune per tutti i cristiani. Similmente, la Commissione ufficiale per il dialogo fra la Federazione luterana mondiale e la Chiesa cattolica ha caldamente raccomandato di commemorare insieme, nel 2017, il cinquecentenario della Riforma. E si potrebbero evidenziare altri passi che esprimono questo anelito della grazia dell’unità come, a esempio, il documento La Chiesa: verso una visione comune della Commissione fede e costituzione (del Consiglio ecumenico delle chiese). Noi sappiamo, però, che non basta l’unità tra i cristiani. La nostra spiritualità ci insegna che nell’unità c’è il disegno di Dio addirittura sull’umanità intera, un disegno che abbraccia tutta la storia, da quando l’umanità è nata fino alla fine, quando Gesù tornerà. Aprirsi al dono dell’unità che Dio vuole farci significa inserirci in questa storia sacra dell’umanità. Nella Sacra Scrittura, Gesù stesso chiede questa grazia al Padre per noi: «Padre, che siano uno». Ma occorre corrispondere a questo dono con un nostro preciso impegno. Perciò Chiara scrive: «L’unità è ciò che Dio vuole da noi. L’unità è realizzare la preghiera di Gesù. Ma l’unità non si può attuare con le sole nostre forze. Può realizzarla solo una grazia particolare che scende dal Padre se trova una particolare disposizione in noi, un requisito preciso e necessario: esso è l’amore reciproco, comandato da Gesù, messo in atto». È la norma delle norme, con cui Chiara ha voluto si aprissero gli statuti del movimento dei Focolari. «Siano uno affinché il mondo creda » (Giovanni, 17, 21): è questa la strada che ci abilita alla nostra tipica evangelizzazione. Guardiamo ora al mondo in cui viviamo, proprio quello di cui parlavamo all’inizio. Come affrontare ogni suo dramma? E come porvi rimedio? Dobbiamo essere innanzitutto consapevoli che, ovunque ci troviamo, noi possiamo portare una ricchezza d’unità, perché ce l’abbiamo come dono. Vale anche oggi ciò che Chiara, con determinazione, ci sollecitava a fare ancora nel 1981: «Dio vuole da noi anzitutto, come movimento dei Focolari, che suscitiamo dovunque cellule vive, con Cristo in mezzo a noi, sempre più ardenti; sempre più numerose; che accendiamo fuochi sempre più vasti nelle famiglie, negli uffici, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle parrocchie, nei conventi». Oggi potremmo aggiungere: nei campi profughi, negli ospedali dei feriti di guerra, nelle manifestazioni in piazza, nelle file di chi cerca lavoro e non lo trova, nei porti affollati di immigrati, nei rifugi antiaerei, e anche nelle università, nei laboratori e centri di ricerca. Dappertutto Dio ci chiede di accendere fuochi sempre più vasti. Le numerose esperienze che ci arrivano dai vari Paesi ci dimostrano che è sempre possibile accendere questi fuochi e mantenerli accesi. Ed è possibile accenderli nelle nostre chiese e fra le chiese, per preparare così la via all’unità visibile. Quindi dobbiamo ritrovare questo nuovo fervore e, sempre orientati all’ut omnes unum sint, alimentare questo incendio d’amore nel mondo. E siamo chiamati a farlo con gioia, che è uno dei doni di Dio all’unità. «Che abbiano in sé la pienezza della mia gioia» (Giovanni, 17, 23). Una ricchezza di cui forse non ci rendiamo sufficientemente conto. Ci diceva già Chiara: «C’è chi è chiamato a dar pane o alloggio o consiglio o istruzione o un tetto. Il focolarino dà gioia, con tutto questo e senza tutto questo, a seconda che il “farsi uno” con i fratelli esiga sfamare, dissetare, trovare un lavoro, visitare, sopportare o semplicemente condividere. A ogni modo siamo chiamati a sollevare, a dar pace, luce e soprattutto gioia, a far sorridere il mondo». E possiamo farlo anche attraverso i nostri cinque dialoghi: il dialogo all’interno della Chiesa cattolica, culla del movimento, e, per i cristiani di diverse chiese, all’interno delle proprie chiese; il dialogo fra cristiani di tutte le chiese per concorrere insieme alla piena comunione; il dialogo interreligioso, che intreccia rapporti con i fedeli delle varie religioni; il dialogo con persone senza un preciso riferimento religioso ma di buona volontà; e, infine, il dialogo con la cultura. In ogni caso mai un dialogo astratto, ma sempre prima di tutto un incontro con persone, con fratelli da amare. Vivendo così, concorreremo a realizzare quella fraternità universale che lega la terra al Cielo e a mettere la nostra piccola pietra per il compimento del desiderio di Gesù: «Padre, che tutti siano uno».

*Presidente del movimento dei Focolari

© Osservatore Romano - 25-26 gennaio 2016


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