Rassegna stampa formazione e catechesi

L’enciclica sempre giovane

buon samaritano 1di GIAMPIETRO DAL TOSO

Quando ho presentato a Papa Francesco la proposta di un convegno per celebrare il decennale dell’enciclica Deus caritas est, mi ha subito detto di sì, perché essa si iscrive bene in questo Giubileo della misericordia. Questo semplice fatto va già al cuore della nostra iniziativa.
Sono passati dieci anni, ma l’enciclica di Papa Benedetto resta sempre giovane, perché il suo messaggio dice l’essenza della fede cristiana. E Papa Francesco stesso ha nuovamente ribadito questa sua convinzione nel corso della visita ai nostri uffici lo scorso 4 febbraio, quando nel dialogo con noi ha usato il termine «brillante» riguardo alla Deus caritas est: vuol dire che è un documento che brilla, e dunque offre luce e orientamento. Infatti noi crediamo in Dio che è carità nella vita intratrinitaria e si manifesta come carità nella vita di Gesù, il Figlio di Dio che ha dato la sua vita per noi. Questa è la carità. Questo è un messaggio perenne. E la Chiesa non può fare altro che ripeterlo a ogni generazione che si affaccia sulla faccia di questa terra. La Chiesa lo ripete con l’annuncio del kerygma e con le opere che lo accompagnano, così come anche Gesù ci ha rivelato Dio con la sua parola e la sua azione. Ripete Deus caritas est. Tutto il grande mondo del servizio di carità della Chiesa, gli innumerevoli gruppi, organismi, istituzioni e associazioni che lavorano per il bene dell’uomo nel nome della Chiesa sono la testimonianza viva di questo messaggio perenne. Dicono con la loro azione a ogni uomo di ogni epoca e continente, che Dio è carità. Per tale motivo la via della carità — che peraltro è appunto evangelica — re - sta una via privilegiata per la nuova evangelizzazione, di cui il mondo di oggi ha tanto bisogno. La centralità di questo concetto per la rivelazione cristiana — centrale al punto che Dio stesso così si definisce — chiede a tutta la Chiesa una riflessione adeguata e corretta sul tema. A partire dalla stessa terminologia, che poi veicola i nostri messaggi. Quanto Dio ci rivela è carità, non è solo amore. Lo stesso documento che oggi ci fa incontrare lo menziona e anche io in questa introduzione lo vorrei ribadire per creare una cornice alla nostra riflessione. Il pensiero umano ha formulato sì l’amore, ma non la carità. L’amore è umano, la carità è divina. Ricordate la distinzione tra eros e agape. L’amore desidera quanto la carità offre, ma da solo non lo può compiere. La carità non si oppone evidentemente all’amore, ma gli offre un compimento che non gli appartiene, perché la carità è Dio. Purtroppo non tutte le lingue riescono a esprimere con chiarezza questa distinzione, cioè non tutte dicono il greco agàpe e il latino caritas. Ma per noi tutti, credo, sia evidente che questa peculiarità della carità è troppo centrale per essere trascurata o offuscata o dimenticata. L’enciclica sulla quale oggi riflettiamo ha motivato fortemente questa visione del servizio di carità della Chiesa e gli ha dato un enorme impulso. Per la prima volta nella storia un testo magisteriale di tale portata è stato dedicato a questo aspetto della missione ecclesiale, proprio per darle nuova linfa, nuova forza, nuovo coraggio. D’altro canto, che questo sia un tema fortemente ecclesiale lo ribadiamo tutti i giorni nella celebrazione eucaristica. La seconda preghiera eucaristica nell’originale latino afferma: ut eam (ecclesiam) in caritate perficias. Anche qui le difficoltà di traduzione rendono più complicata la comprensione. Forse la traduzione più aderente è quella spagnola, che dice: llévala a su perfección por la caridad. Infatti, non di una perfezione morale si parla, ma che la Chiesa sia perfetta nel senso di essere pienamente se stessa. È un concetto ontologico. Ma come può essere condotta la Chiesa a essere pienamente se stessa? Mediante la carità. Sperimentare, vivere, testimoniare la carità di Dio fa sì che la Chiesa sia pienamente se stessa, fa sì che la Chiesa si realizzi e si compia. Più la Chiesa nei suoi membri serve la persona come Cristo, più è se stessa. Più i cristiani toccano la carne di Cristo — così ci ha chiesto Papa Francesco nell’incontro a Cor Unum — nella relazione quotidiana con i fratelli, più sono fedeli a ciò che essi stessi sono. Perciò parliamo di questioni primarie. Se è vero che preghiamo quello che crediamo, allora siamo anche convinti che ci troviamo in un settore centrale, perché ne va della vita stessa della Chiesa. Personalmente in questi anni a Cor Unum ho riscontrato come molti che lavorano in questo ambito si siano sentiti toccati direttamente dalle parole dell’enciclica. E così i frutti che ne sono nati sono stati innumerevoli, anche se in fondo incalcolabili, perché la vita dello spirito può essere misurata solo da Dio. Non posso tuttavia sottacere un importante frutto di questa enciclica per il diritto canonico: ed è il motuproprio Intima ecclesiae natura, che significativamente ribadisce l’appartenenza del servizio della carità alla essenza stessa della Chiesa. Quanto l’enciclica ha detto a livello teologico, il m o t u p ro p r i o tenta di renderlo in linguaggio canonistico. Mi piace sottolineare come alcuni aspetti di quel documento restino una sfida ancora aperta: il legame ecclesiale delle diverse opere di carità, la scelta e la formazione del personale, il tipo di finanziamento e la trasparenza amministrativa. Questo nostro incontro vuole perciò ribadire alla Chiesa intera l’attualità dell’enciclica Deus caritas est. È un convegno che vuole raccoglierci per reinviarci a testimoniare con le nostre opere il messaggio perenne della carità di Dio in Cristo Gesù.

Deus Caritas Est

© Osservatore Romano - 25 febbraio 2016