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Misericordia: che posto lasciarle nel mondo come conciliarla col giudizio che ci è chiesto

abbracciare il lebbrosoRisponde il teologo libanese Robert Cheaib, che ha curato per la Tau un volumetto sulle “viscere di Dio” che ciascuno è invitato a “co-nascere”.

“Non giudicate, per non essere giudicati”. Ma è proprio vero che il Signore ci chiama a non esprimere giudizio? A non avere una visione? A non discernere i fatti? “Chi sei tu per giudicare?” è il refrain che spesso ci sentiamo rivolgere ogni qualvolta prendiamo delle decisioni, ogni qualvolta ci permettiamo di criticare (cioè esprimere un giudizio) su fatti, scelte e decisioni che (ad esempio) violano la legge naturale, sdoganano l’utero in affitto, pretendono di legalizzare il diritto ad avere figli e non il diritto dei bambini ad avere un papà e una mamma. Pare che per molti cattolici tutto questo – il giudicare – non sia permesso, perché occorre essere misericordiosi come è misericordioso il Signore. Insomma, la domanda in fondo in fondo è questa: è sbagliato giudicare? E se giudichi significa che non sei misericordioso?

“Questo libro - libretto in realtà - è per accompagnare l'anno della misericordia. La misericordia è una grande risposta di Dio, ma è anche una grande fonte di domande” – scrive Robert Cheaib nell’introduzione a “Rahamim. Nelle Viscere di Dio. Briciole di una teologia della misericordia” (Tau Editrice, Todi (PG) 2015, pag.ne 56). Raramente mi è capitato di trovare il libro giusto al posto giusto scritto dalla persona giusta: formato tascabile del libro, si legge (e si medita) in pochissimo tempo, affronta il tema con competenza e linguaggio godibilissimo ed è scritto da un giovane teologo che gestisce anche un sito di divulgazione teologica da cui attingo spesso (www..theologhia.com).
Robert Cheaib è un giovane italo-libanese, docente di teologia presso varie università tra cui l'Università Cattolica del Sacro Cuore, La Pontificia Università Gregoriana e la Facoltà Teologica del Teresianum. “Sono laico, sposato e padre di tre figli racconta di sé-. Sono convinto che il nucleo fondante della vita cristiana è il rapporto "cor ad cor" con il Signore. Anche se sono sposato, credo fermamente nel "monachesimo del cuore". Ogni cristiano è chiamato ad essere "contemplattivo". Vado dove chiama il Signore ad annunciare l'urgenza di una riforma cristiana che parte dal recupero dell'interiorità, convinto che il cristiano di domani (oggi ormai) o sarà mistico o non ci sarà più. In poche parole, tengo ritiri, conferenze, incontri per giovani e adulti su tematiche vitali della fede cristiana. In modo particolare tratto temi riguardanti la vita di preghiera, il discernimento, l'iniziazione alla fede cristiana per principianti e "lontani", dialogo con gli atei e la cultura. Sull'altro versante, mi occupo di teologia dell'amore, questioni di vita di coppia su diversi livelli: aspirazione comune alla felicità e all'amore, differenza uomo-donna in ambito emotivo, comportamentale, sessuale e la dimensione spirituale della vita di coppia”.
Per arrivare a rispondere alla domanda da cui siamo partiti (“è sbagliato giudicare? E se giudichi significa che non sei misericordioso?”) Cheaib riprende un passaggio dell’Antico Testamento.
“Per parlare dell'esperienza concreta della misericordia di Dio –scrive-, l'Antico testamento utilizza una ricca gamma di immagini ed espressioni. Tra le ultime spiccano principalmente tre: rahamin, hanan, hesed.
Tutte e tre sono contenute nella proclamazione del nome di Dio: ‘Il Signore, Dio misericordioso (rahum) e pietoso (hanun), lento all'ira e ricco di amore/grazia (hesed) e di fedeltà ('emet)’ (Es 34,6). Il primo dei termini usati per parlare del Signore come “misericordioso” (rahum) deriva da rahem (rahamin al plurale) e significa niente meno che il grembo materno, le viscere materne che custodiscono la vita e che si commuovono per essa. La sfumatura femminile e materna di rahamim mostra il profondo legame che lega il Signore al suo fedele. E' un legame viscerale di graziosa gratuità non fondata sulla logica delle ricompensa, proprio come l'amore di una madre verso il suo nascituro. “Di questo amore – afferma Giovanni Paolo II – si può dire che è totalmente gratuito, non frutto di merito, e che sotto questo aspetto costituisce una necessità interiore: è un'esigenza del cuore”.
Ecco perché secondo Cheaib “ci si fa una idea errata della misericordia quando si pensa che la si può comprare a buon mercato. La misericordia per Dio non è la svendita di fine stagione. Una tale concezione sminuisce Dio, fa della sua misericordia un’opera dovuta e non una grazia. Sminuisce anche l'uomo perchè, se elargita arbitrariamente, la misericordia diventa un'imposizione che non tiene conto del caso serio delle nostre opere, delle nostre libere scelte, della nostra storia, in una parola delle nostre persone”.
E aggiunge un passaggio illuminante: “Dio provvede con la sua misericordia, non stravede, perchè stravedere è mancare di lungimiranza, è viziare, è essere ingiusti e di corte vedute. Una misericordia così sarebbe una misera pietà spicciola contraria all'amore che è primariamente affermazione dell'altro. Quando si ama qualcuno lo sui prende sul serio con le sue opere, i suoi rifiuti e le sue chiusure. E' qui che si manifesta come la misericordia non possa distaccarsi dalla giustizia e che non vada abbandonata alla sua ‘esistenza di cenerentola’ (W. Kasper) intesa come attributo molliccio di un Dio smidollato e buonista, la cui bontà banale e cieca rende vano lo stesso annuncio del Vangelo, perchè ‘tanto Dio è buono’”.

La misericordia non può affossare la verità e l'esigenza di giustizia. Il perdono esercitato dalla misericordia non deve negare il desiderio di giustizia, ma realizzarlo. In nessun passo della Scrittura il perdono, espressione della misericordia, significa indulgenza verso il male od oblio della necessaria riparazione per il male quale condizione del perdono. La giustizia ha bisogno della misericordia per essere giusta, per proteggersi dai propri eccessi, per non essere giustiziera e dispotica. Misericordia non significa solo compassione verso il peccatore, significa anche capacità di riscattare il peccatore dalla trappola del peccato e delle sue conseguenze. E' a capacità divina di trarre il bene dal male. “Misericordia e giustizia - infatti - si manifestano in ultima istanza non come realtà contrastanti, ma come “due dimensioni di un'unica realtà che si sviluppa progressivamente fino a raggiungere il suo apice nella pienezza dell'amore’ (Papa Francesco)”.
L’episodio evangelico di Gesù con la donna adultera (Gv. 8) è un suggestivo esempio di armonia tra misericordia e giustizia. “Rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia”, così S. Agostino commentava il celebre episodio. “Neanch'io ti condanno, esprimendo la sua immensa misericordia. Ma l'assoluzione non è assolutamente una licenza per continuare a peccare: “Va' e d'ora in poi non peccare più” (Gv 8,11). In queste parole, non vi è semplicemente l'incentivo a non peccare, v'è una grazia effusa dalla bocca del verbo che ha creato l'universo e che ricrea il cuore infranto della peccatrice. E' più di un comando, è una grazia donata alla donna appena graziata dalla condanna della Legge. La misericordia, allora, si manifesta come una giustizia superiore perchè non si limita a non condannare, ma dona la grazia e l'orientamento che crea le condizioni per redimere il peccato e prevenirlo”. Tutt’altro che buonismo a tutti i costi.
Certamente è difficile. Agostino osserva che “gli uomini corrono due pericoli contrari: quello della speranza e quello della disperazione”. Ci sono alcuni che si ingannano sperando. Pensando alla misericordia di Dio, la prendono come scusante per “lasciare le briglie sciolte alle loro cupidigie”. Altri invece sono ingannati dalla loro disperazione, pensando che il loro mali sono più grandi della misericordia di Dio”. La presunzione e la disperazione sono due mali a cui il Signore rivolge rispettivamente l'invito della conversione e l'abbraccio del perdono. Umanamente è difficile trovare un equilibrio nel rapporto tra misericordia e giustizia. Si tende ad attenuare l'una con l'altra. Così Dio appare o poco misericordioso perchè è giusto, o poco giusto perché è misericordioso. Anche nella prassi è difficile calibrare giustizia e misericordia, d'altronde, “la coincidenza della giustizia e misericordia in Dio è un mistero il segreto e il segreto di Dio stesso” (B. Bro)”.

Ma allora perché Gesù dice: “Non giudicate”?
La prima cosa che bisognerebbe fare quando si cita un testo biblico (e non lo si vuol citare “alla diavola”) è capire il contesto e l’intento dell’affermazione. Il versetto sbandierato, infatti, si trova in due testi sinottici (Mt 7,1; Lc 6,37). A parte alcune leggere differenze tra i due testi, i contesti sono uguali. In Matteo Gesù affermo dopo: «Con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi». In Luca vengono espresse sfumature sinonimiche ed esplicative: «non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati». Ma entrambi i testi chiariscono la falla nel giudizio di chi predica bene agli altri, ma non ascolta e non mette in pratica le proprie esortazioni: «Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: «Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio», mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello» (Mt 7,3-5; Lc 6,41-42).
Viene a galla allora un primo problema: Gesù se la prende con chi è iniquo e soggettivo nel giudicare, con chi pratica la giustizia come la dipingeva Kierkegaard: soggettivo (e misericordioso) con se stesso, oggettivo (e giustiziere) con gli altri. E già Paolo rimproverava così: «Perciò chiunque tu sia, o uomo che giudichi, non hai alcun motivo di scusa perché, mentre giudichi l’altro, condanni te stesso; tu che giudichi, infatti, fai le medesime cose. Tu che giudichi quelli che commettono tali azioni e intanto le fai tu stesso, pensi forse di sfuggire al giudizio di Dio?» (Rm 2,1-3).
Il secondo problema si evince soprattutto dalla contestualizzazione lucana: la giustizia secondo Cristo non può essere senza misericordia. Il versetto in Luca, infatti, è preceduto da quest’esortazione: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). Giacomo, nella sua lettera, ci ricorda che «il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà avuto misericordia. La misericordia ha sempre la meglio sul giudizio» (Gc 2,13). Per cui siamo chiamati ad esercitare la giustizia secondo Dio. Qui il discorso sarebbe lunghissimo e non possiamo allargarci, ma sappiamo che il giudizio di Dio è per portare salvezza e non per portare condanna e morte. Dio fa verità nella carità.
Questa contestualizzazione a cosa ci porta? Ci porta a capire che non bisogna essere ipocriti, ingiusti o giustizieri (condannare definitivamente senza appello e senza possibilità di riconciliazione e di usare misericordia), ma questo non significa non avere giudizio, discernimento o una lettura chiara sulle realtà, gli eventi, gli atti delle persone. Bisogna, in altri termini, distinguere tra giudicare (condannare) e avere giudizio (discernere) e chiamare le cose col loro nome. Il discernimento è un immenso dono spirituale. È un dono fondamentale secondo i padri del deserto. Per sant’Antonio Abate, ad esempio, la mancanza del discernimento è alla base del crollo di alcune vite spirituali molto promettenti. Per cui siamo chiamati ad avere giudizio sia su noi stessi sia sugli atti degli altri.
A proposito di giudizio-discernimento, in tante occasioni Gesù lamenta la mancanza di capacità di giudizio, di vederci chiaro, di chiamare le cose col loro nome nelle persone. Chiedeva ai suoi interlocutori: «perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12,57). Così riguardo al discernimento dei tempi e dei segni dei tempi, Gesù rimprovera l’incapacità di lettura e giudizio spirituale: «Quando si fa sera, voi dite: “Bel tempo, perché il cielo rosseggia”; e al mattino: “Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo”. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi? Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona» (Mt 16,2-4).
È giusto notare che qui Gesù sta parlando del discernimento più sublime: quello dell’avvento del Regno. Ma anche se si cambia l’oggetto del discernimento, il principio rimane valido. Bisogna saper chiamare le cose con il loro nome. È uno dei primi poteri che Dio dà all’uomo sin dal libro della Genesi!
Per cui, chiamare l’errore con il suo nome, dire pane al pane e pesce al pesce, fa parte della capacità di discernimento. Anzi, se non chiamiamo le cose per nome ci esponiamo alle parole pesanti del Signore al profeta Ezechiele… parole che chi conosce del vangelo sono il versetto di Mt 7,1 è bene che le aggiunga al suo ricco bagaglio biblico: «O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te. Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato» (Ez 33,7-9). Isaia a sua volta ammonisce: «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre (Is 5,20).
Abbiamo il dovere della correzione, della denuncia del male, soprattutto quando viene fatto nelle sembianze di bene o con sfumature di angelo di luce… In una parola abbiamo il dovere del coraggio del giudizio!! Se prima si notava che Dio fa verità nella carità, bisogna aggiungere l’aspetto complementare: esercitare la carità nella verità. Sono due aspetti inscindibili. La carità senza verità è una presa in giro, è un atto egoistico che abbuona l’altro senza aiutarlo a diventare realmente buono.
Gesù dice che i suoi apostoli giudicheranno il mondo: «In verità io vi dico: voi che mi avete seguito, quando il Figlio dell’uomo sarà seduto sul trono della sua gloria, alla rigenerazione del mondo, siederete anche voi su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele» (Mt 19,28). Si parla certo del giudizio escatologico, ma Paolo considera la capacità di giudizio come qualità nel hic et nunc dell’uomo spirituale: «L’uomo mosso dallo Spirito, invece, giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno» (1Cor 2,15). Questo giudizio non deve essere giudizio di condanna delle persone, ma degli atti sì. Il giudizio escatologico è del Signore: «Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà» (1Cor 4,5), ma il giudizio per aiutarsi e aiutare gli altri a distinguere il bene dal male, la destra dalla sinistra spetta a noi oggi. Lo stesso Paolo, nella medesima lettera afferma: «Non sapete che i santi giudicheranno il mondo? E se siete voi a giudicare il mondo, siete forse indegni di giudizi di minore importanza?» (1Cor 6,2). Aggiunge poi: «Non sapete che giudicheremo gli angeli? Quanto più le cose di questa vita!» (1Cor 6,3).
Il Signore dona ai suoi discepoli l’intelligenza spirituale che è capace di discernimento. Convertendoci, seguendo il maestro smettiamo di essere niniviti (mi riferisco al libro di Giona) che non sanno distinguere la destra dalla sinistra (Gn 4,11) e veniamo «potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito». Mediante la dimora di per mezzo della fede nei nostri cuori, acquisiamo una conoscenza prospettica più completa e diventiamo «in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità». Conoscendo l’amore di Cristo acquisiamo la vera conoscenza che supera ogni conoscenza e siamo ricolmi di tutta la pienezza di Dio (cf. Ef 3,16-19). Anzi, più esercitiamo la capacità di distinguere bene e male, più siamo rafforzati nel discernimento e siamo depositari di una bellissima promessa: «Se saprai distinguere ciò che è prezioso da ciò che è vile, sarai come la mia bocca» (Ger 15,19). Sì, diventiamo, «in nome di Cristo… ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta» (2Cor 5,20).
È audace, è folle, ma sono le promesse di Dio che non vengono dalla nostra bravura, ma dalla potenza della Parola di Dio che ci modella e ci trasforma. «Infatti la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb 4,12).
Accogliamo l’invito di Paolo a non conformarci a questo mondo, ma a lasciarci trasformare rinnovando il nostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (cf. Rm 12,2) e annunciarla, ammonendo, rimproverando, esortando con ogni magnanimità e dottrina in tempo opportuno e inopportuno (cf. 2Tm 4,2).
Chiediamo al Signore di donarci discernimento, capacità di giudizio e di discernimento. L’episodio di Salomone ci insegna che è una delle richieste più gradite al Signore: «Concedi al tuo servo un cuore docile, perché … sappia distinguere il bene dal male» (cf. 1Re 3,9).
Il mondo giudica, giudica spesso per condannare. Il cristiano, se giudica, giudica per fare luce, per dare vita, sui passi di Cristo. Denuncia gli scandali per proteggere i piccoli. A ragione scriveva Reginald Garigou Lagrange O.P.: «La Chiesa è intransigente sui principi, perché crede, ma è tollerante nella pratica, perché ama. I nemici della Chiesa sono invece tolleranti sui principi, perché non credono, ma intransigenti nella pratica, perché non amano.” (R. Garrigou-Lagrange)
Sulla posizione da prendere verso il peccato e verso il peccatore, Agostino ci offre una distinzione cruciale: “Quando giudichi, ama la persona, odia il vizio. Non amare il vizio per l’amore che devi all’uomo; non odiare l’uomo a motivo dei suoi vizi. L’uomo è tuo prossimo, il vizio è un nemico del tuo prossimo. Amerai veramente l’amico solo se e quando odierai ciò che all’amico nuoce». In un discorso successivo, invita l’uomo ad essere simile a un medico che ama il malato odiando la malattia e accanendosi contro di essa. «Non amate i vizi dei vostri amici, se amate gli amici stessi». È questo l’equilibrio della giustizia divina: Dio odia il male, l’ingiustizia e il peccato, ma ama l’uomo, lo ama follemente e desidera salvarlo. La misericordia è il volto più splendente della giustizia di Dio. Agostino prega il Signore ricco di misericordia così: «Le tue misericordie sono molte, o Signore. In realtà anche il poter ricercare le vie della tua giustizia rientra nell’ambito della tua multiforme misericordia. Secondo il tuo giudizio rimettimi in vita. So infatti che nemmeno il tuo giudizio m’incoglierà senza che l’accompagni la tua misericordia».
Gesù è la nostra giustizia e giustificazione. Nella carne sua crocifissa è giudicato il nostro peccato, ma è anche perdonato. Neanche il nostro tradimento (tradere) ci è imputato perchè il Padre che ci ha preceduti e ha fato (tradere) il Figlio per amore e il Figlio ci ha preceduto dando (tradere) se stesso per noi. Il pane eucaristico è memoriale di questo dono anticipato che elimina il delitto deicida con il nutrimento del pane della vita eterna. La risurrezione, poi, strappa il libello del giudizio perchè il corpo del reato con c'è più, Cristo è risorto. Parlando dell'amore versato sul Calvario, Giovanni Paolo II scrive: “La croce è il più profondo chinarsi della Divinità sull'uomo e su ciò che l'uomo.- specialmente nei momenti difficili e dolorosi – chiama il suo infelice destino. La croce è come un tocco dell'eterno amore sulle ferite più dolorose dell'esistenza terrena dell'uomo, è il compimento sino alla fine del programma messianico, che Cristo formulò una volta nella sinagoga di Nazareth e ripetè poi dinanzi agli inviati di Giovanni Battista”.
Conclude Robert Cheaib in questa maniera: “La teologia della misericordia non è un sapere, ma un contagio. Conoscendo la misericordia di Dio siamo chiamati a co-nascere con lui e in lui, ad essere viscere della sua misericordia nel mondo. E' questa la pretesa di Cristo quando ci chiede di perdonare settanta volte sette (Mt. 18,22) e di essere misericordioso come il Padre (Lc 6,36). Solo perdonando riceviamo il perdono (Mt. 6,12), perchè con la stessa mano stesa e aperta per donare il perdono riceviamo il perdono di Dio: “Beati i misericordiosi, perchè troveranno misericordia”.

DAVIDE VAIRANI

© http://www.lacrocequotidiano.it/ - 13febbraio 2016

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